
La Conferenza della Parti a Belém si è chiusa senza un risultato soddisfacente sui combustibili fossili. Questo esito è influenzato da un contesto geopolitico frammentato, ma rimane un vuoto “strategico” da colmare nei prossimi anni. La COP30 di Belém, in Brasile, si è conclusa dopo una settimana, e già sono molte le riflessioni su quella che si presentava come l’ennesima opportunità per dare un’accelerata verso la mitigazione dei cambiamenti climatici. Tuttavia, l’avvicinamento non è stato particolarmente positivo, considerando le difficoltà logistiche e l’assenza pesante della delegazione degli Stati Uniti, per la prima volta nella storia, e dei leader di Paesi come Cina e India. Inoltre, il contesto geopolitico altamente frammentato ha complicato ulteriormente la situazione.
Numericamente, il numero dei delegati per nazione è stato particolarmente alto per Brasile, Cina e Nigeria, che hanno espresso il podio per numero di presenze, seguiti da Indonesia, Repubblica Democratica del Congo e Francia. In totale, 193 Paesi rappresentanti, inclusa l’Unione europea, hanno partecipato. L’Unione europea è la regione che più ha speso, non solo politicamente, la battaglia per il clima nelle scorse edizioni, nonostante alcune divergenze interne.
Il problema della mitigazione
L’accordo finale ha chiamato i singoli Paesi ad accelerare “volontariamente” la loro azione per ridurre il loro utilizzo di combustibili fossili. Tuttavia, le voci preoccupate delle Nazioni Unite avevano già segnalato in avvicinamento all’appuntamento i fallimentari sforzi per limitare l’aumento delle temperature globali sopra la soglia critica degli 1,5 °C. La delegazione del Parlamento europeo ha parlato di un summit che non ha restituito, in concreto e come impegni, un livello pari all’ambizione e all’urgenza richiesta.
Il carbon budget
Il carbon budget, ovvero quante emissioni di anidride carbonica possiamo ancora emettere globalmente entro i confini dell’aumento delle temperature a 1,5 °C, si sta esaurendo. Per limitare il riscaldamento globale, le emissioni dovrebbero raggiungere il picco alla fine di quest’anno secondo l’UNEP e crollare del 43% già entro il 2030. Sebbene i dati confermino un appiattimento, le emissioni industriali nel 2022 erano di 9 Gt CO2 e dovrebbero scendere a 7 entro la fine del decennio con una riduzione annua del 3%. Nel 2023, a livello mondiale, la riduzione è stata dello 0,9% secondo la IEA. Qui sta il vero problema, dove le soluzioni per industria e agricoltura, e altri settori hard-to-abate, non sono così immediate da adottare rispetto ad altri comparti dove la tecnologia sembra più pronta, come auto, generazione elettrica, efficienza energetica.
La presidenza brasiliana della COP30
La presidenza brasiliana della COP30 si è aperta con l’impegno di ospitare le delegazioni nell’ottica di passare dalle negoziazioni all’implementazione. Tuttavia, anche questo passaggio non poteva dirsi scevro dalle frastagliature che corrono trasversalmente tra tutte le Parti coinvolte. L’accordo di Kyoto e quello di Parigi, quest’ultimo una decade fa, non solo in termini temporali ma anche di velocità con cui l’assetto geopolitico è cambiato, sono stati negoziati possibili perché hanno beneficiato di un clima molto più favorevole alla cooperazione di quanto non fosse possibile oggi.
Il futuro della diplomazia climatica
Il carbon budget si sta esaurendo, e le emissioni dovrebbero raggiungere il picco alla fine di quest’anno. La riduzione delle emissioni è necessaria per limitare il riscaldamento globale, ma le soluzioni per industria e agricoltura non sono così immediate da adottare rispetto ad altri comparti dove la tecnologia sembra più pronta. La diplomazia climatica è in crisi, e il futuro della mitigazione dei cambiamenti climatici è incerto.
Da un’analisi del documento finale, che si fonda sul Global Stocktake, emerge un nuovo quadro implementativo denominato Global Climate Action Agenda (GCAA), strutturato su assi tematici che coprono settori emissivi, ecosistemi impattati, alimentazione, infrastrutture, sviluppo e aspetti trasversali come finanza, tecnologia e attuazione. La GCAA adotterà un ciclo di quattro fasi per l’implementazione dei pledge: coordinamento, misurazione, condivisione e scalabilità, per veicolare il messaggio che dalle promesse generiche la comunità internazionale si muove verso azioni concrete, monitorabili e soprattutto funzionanti.
In particolare, nei settori più esposti alle dinamiche geopolitiche e geoeconomiche – energia, trasporti, industria – viene ribadita la necessaria spinta verso la decarbonizzazione, tra cui: triplicare la capacità da energie rinnovabili; raddoppiare l’efficienza energetica; espandere le reti elettriche; elettrificazione e combustibili sostenibili (idrogeno, biocarburanti) per sostituire i fossili. Qui la COP30 non è riuscita a esprimere una promessa chiara e definita nei tempi roadmap per svincolarsi dai combustibili fossili.
La posizione degli Stati Uniti
La dichiarata opposizione di Donald Trump all’abbandono da parte degli Stati Uniti di petrolio, carbone e gas. Una posizione che si struttura sulla frattura, ormai insanabile, della politica americana che vede contrapposti e netti i due partiti sul tema green, e sulla necessità percepita dell’amministrazione di mantenere il «dominio energetico» all’estero, in contrapposizione all’avanzata della Cina attraverso le tecnologie rinnovabili.
Potere e prestigio che si sono combinati in una virata climatica tanto attesa quanto lo era l’Inflation Reduction Act di Biden nella speranza che gli USA potessero co-dirigere la leadership climatica con l’UE.
La Cina e la leadership climatica
Ora, invece, il dato è che con tutta probabilità sarà Pechino a ereditare questo scettro, non tanto per opportunismo climatico – il vuoto americano e il peso specifico ridotto dell’UE – quanto per pianificazione strategica e industriale, considerando che le esigenze di decarbonizzazione dei Paesi coincidono con il ruolo preponderante della Cina come partner e fornitore di soluzioni clean-tech.
La narrazione delle aspettative
Ha probabilmente pesato anche la «narrazione delle aspettative». L’uscita del World Energy Outlook (WEO) della IEA il 12 novembre – due giorni dopo l’inizio dei lavori della COP e comunque la pubblicazione di riferimento per chiunque voglia uno sguardo di lungo periodo sui mercati energetici – ha riportato in auge il Current Policy Scenario (CPS), contrapposto e in aggiunta agli altri due storicamente impiegati dall’agenzia (STEPS e NZE). Il CPS era rimasto nell’orbita fino al 2020, quando la IEA riconobbe che era ormai sganciato dalla realtà e dalle circostanze poste dall’avanzamento tecnologico che, dunque, faceva presagire che un «picco» di carbone, gas e petrolio fosse in vista già in questo decennio.
Secondo Politico, il CPS è stato resuscitato su pressione degli USA dal momento che, in quanto Paese fondatore e fortemente critico dei segnali troppo negativi veicolati sugli investimenti in fossili, contano per buona parte del budget destinato all’agenzia. Nonostante il WEO includa, di fatto, il picco delle fonti fossili entro il 2030 con le politiche di mitigazioni correnti, il ritorno del CPS rappresenta un chiaro segno di voler «guardare il dito», per riprendere la metafora di cui sopra, veicolando un’aspettativa.
Il consumo di energia primario
Ma aldilà di questa battaglia sulla narrazione, che comunque finisce per influenzare il dibattito pubblico e istituzionale, c’è tuttavia da segnalare che il consumo primario di energia nel mondo rimane fortemente sbilanciato sulle fonti fossili. Come ben argomentato, parlare della forte dipendenza dai fossili resta un «tabù» cognitivo perché è come se richiedesse di disconoscere le nostre, legittime ambizioni quando, purtroppo, la realtà ci sta ancora dicendo il contrario. E da questa realtà bisognerebbe partire per un negoziato su come impostare questa roadmap, piuttosto che partire dal presupposto che – in vista del picco – tutti gli stakeholders sarebbero comunque pronti a sedersi al tavolo a quelle condizioni.
La strada tracciata da Parigi
Passare dagli impegni ai fatti senza ancor aver trovato una strada comune su uno dei principali temi della decarbonizzazione rimane un punto molto controverso e l’eredità non solo delle negoziazioni precedenti, ma anche di circostanze geopolitiche avverse che ci accompagneranno nei prossimi anni. Tuttavia, la strada tracciata da Parigi rappresenta comunque una direzione di marcia essenziale, lungo la quale è verosimile accettare incidenti di percorso.
I piani di riduzione delle emissioni
I Paesi sono comunque chiamati a presentare i loro piani di riduzione delle emissioni (NDC), con l’attenzione che ormai è istituzionalmente riposta non tanto sul se agire, ma su quali sforzi e quanto veloce. Ora è lecito aspettarsi che gli ostacoli emergeranno per questi aspetti. In termini di mobilitazione di risorse, Bloomberg NEF registrava un record di $2,1 trilioni di investimenti in rinnovabili nel 2024 (+11% su base annua), nonostante una flessione rispetto al 24-19% del triennio precedente. La IEA prevede che quest’anno si raggiungeranno altri $2,2 trilioni, più del doppio di quanto destinato alla spesa per i combustibili fossili per la prima volta nella storia.
Nonostante el record de solare y eólico instalados a nivel mundial en 2024 – 686 GW de solare, 115 GW de eólico -, el logro del objetivo de triplicar esta capacidad a nivel mundial a 11 TWh hasta 2030 (objetivo decidido en COP28) requerirá una media de 950 GW al año, no tan lejana pero aún muy desequilibrada en las performances de China.
Para evitar que esta resulte en una mera “adición” de capacidad, se necesitará un mayor esfuerzo para la integración de las fuentes, previendo almacenamiento y redes más flexibles para favorecer la electrificación.
Aspetos que plantean la velocidad de los respectivos Estados en aceptar estos cambios en términos de inversiones y reglas
Estas variables permanecerán muy ligadas al contexto geopolítico y geoeconómico. Sobre todo cuando políticas climáticas, comerciales e industriales tienden a chocar en lugar de crear condiciones abilitantes para los NDC y, por lo tanto, resultados colectivos.
Bastaría pensar en cómo los países del Sur Global han acogido el Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM), aduciendo que la medida imaginada por la Comisión UE es discriminatoria, unilateral y que induce a aumentar los costos de la acción climática global.
Los grandes ausentes en el texto final de la COP30 (a parte una mínima mención sobre el impacto de la circularidad)
Son las materias primas críticas, elementos fundamentales para las tecnologías low-carbone cada vez más objeto y herramienta de coerción económica, así como de disputa entre los países en vía de desarrollo y los países industrializados debido a prácticas no sostenibles y equitativas.
Si la COP30 no ha expresado un salto de calidad multilateral en términos de resultados y ha fallado en trazar la salida de los combustibles fósiles con objetivos de corto plazo más ambiciosos
Ha llevado sin duda la atención sobre la carencia de una liderazgo climático: colmar este vacío podría volverse estratégico para vehicular influencia, construida no tanto en el apoyo, o desmistificación, de los objetivos climáticos, sino en una narrativa proactiva de los instrumentos con los que perseguirlos.
Las redes de influencias y las transformaciones que subyacen a las políticas climáticas, por otro lado, se concretizan en los hechos y no en las declaraciones.
