
La Guinea es el único país de la región que no ha abandonado la Corte Penal Internacional (CPI), a pesar de que sus vecinos Burkina Faso, Mali y Niger lo han hecho. La Guinea es el único país de la región que ha sido objeto de un examen preliminar por parte de la CPI, un proceso que ha durado 13 años. En cambio, la ex junta del Mali había invitado a la CPI a examinar sus acciones en 2012 para deslegitimar a sus rivales internos. El Niger y el Burkina Faso nunca han llamado la atención de la CPI. ¿Por qué la Guinea no se ha rebelado contra la CPI como sus vecinos? ¿Y cómo han logrado los gobiernos que se han sucedido en el país mantener bajo control las expectativas de justicia de la población mientras mantenían bajo control la dirección y el alcance del examen preliminar?
El 28 de septiembre de 2009
El 28 de septiembre de 2009, día de la independencia nacional, la Guinea vivió una de las páginas más trágicas de su historia reciente. En ese momento, el país estaba gobernado por una junta militar liderada por el capitán Moussa Dadis Camara, que había subido al poder después del golpe de estado del 12 de diciembre de 2008. En esa fecha, los principales movimientos de oposición organizaron una manifestación pacífica en el estadio de Dixinn, en Conakry, para protestar contra las ambiciones presidenciales de Camara y pedir el regreso al gobierno civil. A pesar del divieto oficial, más de 50.000 personas se reunieron en el estadio y en las calles circundantes. La situación se descontroló cuando la Guardia Presidencial, acompañada por milicianos en ropa civil y mercenarios liberianos, abrió fuego contra los manifestantes, provocando un masacre. Según fuentes internacionales, al menos 157 personas fueron asesinadas y más de 1.200 resultaron heridas, mientras que numerosas mujeres sufrieron violencia sexual. La gravedad de los hechos desencadenó una reacción inmediata de la comunidad internacional, que impuso sanciones y suspendió los lazos diplomáticos con la Guinea. El 14 de octubre de 2009, a solo dos semanas del masacre, la Fiscalía de la CPI anunció la apertura de un examen preliminar sobre los hechos de Conakry, una decisión inusualmente rápida para sus estándares.
Las esperanzas de justicia
Las esperanzas de que la justicia finalmente se hiciera realidad eran altas en diciembre de 2010, cuando Alpha Condé ganó las elecciones presidenciales, convirtiéndose en el primer líder elegido democráticamente de la Guinea desde su independencia en 1958. Sin embargo, a pesar del optimismo generalizado, una vez en el poder, Condé falló repetidamente en asegurar a la justicia a los responsables del masacre del estadio del 28 de septiembre de 2009. En los primeros años de su presidencia, Condé describió a la Guinea como un país dispuesto pero incapaz de hacer justicia, citando a modo de apoyo la generalizada debilidad de las instituciones judiciales y la falta de competencias específicas para conducir investigaciones penales de cierta complejidad. Esta narrativa no solo le permitió ganar tiempo precioso, sino que también convenció a la CPI de proporcionar asistencia técnica y formación a jueces y fiscales guineanos. A continuación, siguió un decenio de promesas incumplidas. Condé retrasó sistemáticamente el inicio de los procedimientos penales, nombrando en el camino a ex miembros de la junta, algunos de los cuales estaban implicados en el masacre, como ministros o en otras posiciones directivas dentro del aparato estatal. Paralelamente, mantuvo la apariencia de avanzar, aunque lentamente, hacia el objetivo declarado, sosteniendo que su administración estaba efectivamente creando las bases para celebrar el proceso a nivel local, sin que hubiera entonces necesidad de que la CPI asumiera la investigación y procediera desde La Haya. Con el beneficio de la perspectiva, parece claro que la verdadera prioridad de Condé no era hacer justicia, sino consolidar su poder. Utilizó la violencia política para reprimir el disentimiento, manipuló la Constitución para abolir los límites de mandato y logró finalmente un controvertido tercer mandato en 2020, traicionando las mismas esperanzas democráticas que habían acompañado su elección diez años antes.
Quando la giunta militare guidata dal colonnello Mamady Doumbouya prese il potere nel settembre 2021, l’evento fu accolto con entusiasmo genuino da parte della popolazione. Molti guineani consideravano il colpo di Stato un intervento necessario per porre fine alla deriva autoritaria del presidente Alpha Condé. La giunta si impegnò a ripristinare il governo civile entro tre anni e, soprattutto, a rendere finalmente giustizia alle vittime del massacro dello stadio del settembre 2009, avvenuto nel distretto di Dixinn della capitale Conakry.
Fin dall’inizio, la promessa di giustizia divenne un elemento centrale della legittimazione interna della giunta, una legittimità altrimenti negata sul piano internazionale e regionale. Sia l’Unione Africana (AU) che la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS) sospesero prontamente la Guinea dalle rispettive organizzazioni in risposta al cambiamento incostituzionale di governo. Benché scettico riguardo alle reali motivazioni della giunta, l’Ufficio del Procuratore della Corte penale internazionale (CPI) decise comunque di collaborare con le autorità guineane per contribuire a superare le carenze istituzionali, poiché, per una volta, la volontà politica non sembrava più rappresentare l’ostacolo principale.
Poi, il 28 settembre 2022, tredicesimo anniversario del massacro, la giustizia si mise finalmente in moto con la celebrazione della prima udienza del tanto atteso processo a Conakry. Il Procuratore della CPI partecipò alla cerimonia e, il giorno successivo, annunciò ufficialmente la chiusura dell’esame preliminare della situazione in Guinea. Il rischio che la CPI rivendicasse la propria giurisdizione sul massacro a causa dell’inazione statale, avviando un’indagine da L’Aia, era stato infine scongiurato.
Avendo legato la propria legittimità politica alla promessa di rendere giustizia alle vittime del massacro, i governanti militari della Guinea erano effettivamente determinati a celebrare un processo a livello nazionale e a dimostrare di poter riuscire là dove Condé aveva fallito. Il procedimento giudiziario proseguì nonostante numerosi ostacoli, tra cui una clamorosa evasione dal carcere che portò, seppur brevemente, alla fuga dell’ex presidente Moussa Dadis Camara e di altri imputati di alto profilo.
Finalmente, il 31 luglio 2024, il tribunale distrettuale di Dixinn emise una sentenza storica, condannando Camara e sette alti funzionari per crimini contro l’umanità. Il tribunale dispose inoltre il pagamento di risarcimenti compresi tra 23.000 e 172.500 dollari statunitensi a favore dei diversi gruppi di vittime, in proporzione ai danni fisici e psicologici subiti. Questo atteso verdetto ha rappresentato una svolta nella storia della Guinea: ha infranto la radicata cultura dell’impunità e segnato la prima volta in cui membri dell’élite politica e militare del Paese sono stati chiamati a rispondere personalmente per aver fatto ricorso alla violenza di massa al fine di mantenere il potere.
Colpisce, inoltre, come tale giudizio abbia contrapposto una giunta militare all’altra, con gli attuali governanti impegnati a rendere giustizia contro i leader del precedente regime, quando invece ci si sarebbe potuti aspettare che i membri delle forze armate, pur appartenenti a unità differenti, si coprissero a vicenda.
Fin dalle prime fasi, la strategia politica della giunta militare si è fondata sulla sequenza “prima la giustizia, poi le elezioni”. Facendo della celebrazione del processo la propria priorità immediata, i leader militari hanno guadagnato tempo e, così facendo, hanno mantenuto il potere ben oltre le promesse iniziali. Quella che era stata annunciata come una transizione di due anni è stata poi estesa a tre, tra ripetute assicurazioni che il solo compito della giunta fosse quello di garantire un rapido ritorno al governo civile.
In realtà, tuttavia, vi sono stati ben pochi segnali di una reale volontà di cedere il potere, un modello fin troppo familiare nella storia politica della Guinea. Entro l’autunno del 2024, diversi partiti di opposizione erano già stati sciolti, spianando la strada a un nuovo referendum costituzionale. Tenutosi nel tardo settembre 2025, il referendum è stato approvato con oltre l’89% dei voti favorevoli.
Le sue principali disposizioni hanno rimosso gli ostacoli legali che impedivano a Mamady Doumbouya, nel frattempo promosso al grado di generale, di candidarsi alla presidenza ed esteso la durata del mandato presidenziale da cinque a sette anni, rinnovabile una volta. Di fatto, queste modifiche spianano la strada alla giunta per formalizzare la propria permanenza al governo del paese sotto una facciata civile. Le uniformi militari potranno presto lasciare il posto alla giacca e cravatta, ma il potere e coloro che lo detengono rimarranno gli stessi.
Ed è in questo più ampio contesto, prettamente politico, che l’attuale giunta militare ha deciso di fare marcia indietro e smantellare il suo risultato più importante, sacrificando la giustizia in nome del calcolo elettorale e al fine ultimo di consolidare il proprio potere. Dopo aver stabilito le proprie priorità, prima la giustizia e poi le elezioni, il regime ha escogitato una seconda tattica: dividere la giustizia in due. Da un lato, la retribuzione, incarnata nella storica condanna degli ex leader e funzionari della giunta; dall’altro, le riparazioni per le vittime, una misura da tempo attesa e una priorità autentica per molti sopravvissuti in uno dei paesi più poveri e meno sviluppati al mondo. Tuttavia, anche questi gesti sono stati attentamente calibrati in funzione politica, più che per reale convinzione. Non sorprende dunque che, nel giro di pochi giorni, la giunta abbia fatto due annunci apparentemente contraddittori.
La decisione di concedere la grazia a Camara
Il 26 marzo 2025 ha dichiarato che il governo si sarebbe assunto la responsabilità di risarcire le vittime del massacro del 28 settembre 2009, pagamenti che Camara e gli altri funzionari condannati erano stati obbligati dal tribunale a corrispondere, ma che in pratica non sarebbero mai stati in grado di versare. Soltanto due giorni dopo, il 28 marzo, il leader della giunta Doumbouya ha concesso la grazia presidenziale a Camara, a meno di dodici mesi dall’inizio della sua condanna a vent’anni per crimini contro l’umanità, adducendo motivi di salute. La decisione ha suscitato forti critiche da parte di organizzazioni internazionali e ONG per i diritti umani, che hanno denunciato come tale atto di clemenza minasse il processo di giustizia in corso, vanificando di fatto l’appello in corso, e contraddicesse gli impegni assunti dal governo guineano a livello nazionale, regionale e internazionale.
La strategia politica di Doumbouya
Ma perché concedere la grazia a Camara, in primo luogo? Secondo molti a Conakry, la risposta risiede nel tentativo di cooptare un attore politico che, nonostante i recenti guai giudiziari, continua a godere di una notevole popolarità nella Guinea forestale, isolata regione nel sudest del paese. Il tacito accordo sarebbe quello che vede la concessione della grazia come moneta di scambio per il sostegno alla candidatura da parte di Camara e la mobilitazione dei suoi sostenitori. Sebbene non ancora ufficialmente annunciato, è sempre più evidente che il generale Mamady Doumbouya intende candidarsi alle elezioni presidenziali promesse per il prossimo 28 dicembre, elezioni il cui esito sembra deciso a orientare a proprio favore ben prima che si arrivi alle urne.
Le conseguenze politiche della grazia
Come osservano diversi analisti politici, la Guinea forestale rappresenta un bacino elettorale cruciale, spesso paragonato, nel gergo politico statunitense, a uno swing state, i cui voti possono facilmente determinare l’esito di un’elezione nazionale. Le vere conseguenze politiche della grazia concessa a Camara emergeranno solo una volta scrutinati i voti. Ma un punto è già chiaro: nella Guinea di oggi, la giustizia è purtroppo ridotta a moneta di scambio, facilmente spendibile per fini politici, una volta che abbia cessato di servire gli interessi della giunta.
