
La tempesta Byron ha colpito la Striscia di Gaza, aggravando l’emergenza umanitaria mentre la ‘fase due’ del piano di Trump rimane sospesa tra calcoli politici e incognite di sicurezza. La tempesta, che ha portato piogge intense e forti venti, ha causato ulteriori morti e distruzioni. In meno di 48 ore, due neonati e un bambino di nove anni sono morti assiderati nelle tende che non offrono protezione adeguata dall’acqua e dal fango. La protezione civile ha ricevuto migliaia di richieste di soccorso, mentre le Nazioni Unite sono impegnate in una corsa contro il tempo per trasferire parte della popolazione verso l’interno, dove le raffiche di vento sono meno devastanti. L’enclave palestinese è alle prese con l’evento meteorologico più potente degli ultimi anni nelle peggiori condizioni possibili per affrontarlo. Secondo i dati delle Nazioni Unite, oltre l’80% degli edifici della Striscia è stato abbattuto o danneggiato, e le autorità sconsigliano di cercare riparo tra le strutture ancora in piedi ma pericolanti e a rischio crollo.
Israele blocca l’ingresso dei materiali da costruzione, aumentando il rischio di inondazioni per una popolazione di circa 795.000 sfollati. La tempesta non ha fermato i bombardamenti israeliani, che hanno preso di mira il campo profughi di Jabaliya nel sud, causando la morte di una donna e ferendo altre persone. La crisi umanitaria si inserisce in un contesto drammatico per la popolazione gazawi, che ha trovato un po’ di sollievo con il cessate il fuoco, ma non la pace sperata. A quasi due mesi dall’entrata in vigore della tregua, crescono gli interrogativi sul passaggio alla seconda fase del piano di Trump, che prevede il ritiro completo delle truppe israeliane dal territorio palestinese, il disarmo di Hamas e la creazione di un’autorità di transizione e di una forza di sicurezza internazionale.
La situazione a Gaza
Hamas governa la parte occidentale di Gaza con pugno di ferro, e i paesi menzionati come possibili membri della forza internazionale di stabilizzazione non si affrettano a inviare le loro truppe per disarmare l’organizzazione, considerandolo una missione suicida. Una situazione che potrebbe essere vantaggiosa per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che ha già ottenuto il ritorno di 20 ostaggi vivi e i corpi di tutti gli ostaggi morti, ad eccezione dell’agente di polizia Ran Gvili. Un ritorno a combattimenti limitati, con Hamas militarmente debole e senza ostaggi da usare come strumento di ricatto, potrebbe giovare al premier e alla sua agenda politica in un delicato anno elettorale.
La visita di Trump a Gaza
Gli interessi di Netanyahu non sembrano tuttavia incontrare quelli del principale regista della tregua tra Israele e Hamas: Donald Trump. I due dovrebbero vedersi a fine mese a Mar-a-Lago, mentre il presidente statunitense è alla ricerca di un successo internazionale da rivendicare, soprattutto dopo l’impasse del piano di pace sull’Ucraina e i rapporti sempre più tesi con gli alleati europei, preoccupati dall’approccio accomodante nei confronti di Vladimir Putin. Gaza appare a Washington come un terreno più promettente di Kiev per costruire una narrativa di “progressi”. Trump è ansioso di annunciare il passaggio alla fase successiva del piano, che dovrebbe essere varato tra Natale e metà gennaio. È improbabile che Trump permetta a Netanyahu di riprendere i combattimenti a Gaza, mentre il suo obiettivo è formare il governo dei tecnocrati palestinesi e la forza internazionale di stabilizzazione che dovrebbero concretizzare l’ingresso nella ‘Fase due’.
Il problema del disarmo di Hamas
Tuttavia, in queste condizioni, il problema della sicurezza e del disarmo di Hamas rimarrà anche dopo la loro istituzione. Nei colloqui tra israeliani e americani, il disarmo del gruppo armato islamista rappresenta solo una parte della discussione. Al centro vi sono anche le prospettive di ‘business’ legate alla ricostruzione. Questa settimana, gli Stati Uniti avrebbero chiesto a Israele di pagare per la rimozione delle macerie dalla Striscia di Gaza e di assumersi la responsabilità della massiccia operazione di sgombero. Secondo la stampa israeliana, il primo ministro del Qatar Mohammed Abdulrahman Al Thani ha chiarito di non avere alcuna intenzione di pagare il conto per rimuoverle. “Non saremo noi a firmare l’assegno per ricostruire ciò che altri hanno distrutto”, ha dichiarato. “Quando si parla di Gaza, è Israele che ha raso al suolo questa terra”.
A Gaza, ci sono oltre 68 milioni di tonnellate di detriti, e il piano di pace presentato da Trump non chiarisce chi dovrebbe rimuoverli. Nonostante il cessate il fuoco, a Gaza si continua a morire. Dopo i colpi dell’esercito israeliano, sulla popolazione della Striscia si sono abbattuti il freddo e le forti piogge di questi giorni che rischiano di aggravare una situazione già catastrofica. Non ci sono posti sicuri, solo tende e rifugi di fortuna tra le macerie. Gli aiuti faticano a entrare, a causa delle restrizioni imposte da Israele, e quelli che arrivano non sono sufficienti a soddisfare gli enormi bisogni di una popolazione stremata da due anni di guerra, distruzione e fame. Su questo sfondo, anche il piano di pace fatica a decollare, mentre si guarda tra speranza e scetticismo all’incontro di fine dicembre tra Trump e Netanyahu.
