globo_gris_transparente

Thailand: The Ongoing Political Criticism

The Constitutional Court of Thailand ousted Prime Minister Paetongtarn Shinawatra, deepening the crisis with its leader of Indonesia.
Paetongtarn Shinawatra and Thai Parliament amidst family dynasty legacy.

La Corte costituzionale thailandese ha destituito la premier Paetongtarn Shinawatra, riaprendo la crisi politica a Bangkok e segnando un nuovo capitolo nella tormentata saga della famiglia Shinawatra. Questa decisione arriva in un momento di tensioni al confine tra Thailandia e Cambogia, che hanno ulteriormente complicato la situazione interna del paese. La Corte ha ufficializzato la destituzione di Paetongtarn Shinawatra in seguito a una petizione presentata da 36 senatori, i quali l’accusavano di aver violato i principi etici richiesti al suo ruolo di capo del governo. Al centro delle contestazioni vi è la diffusione di una telefonata con l’ex primo ministro cambogiano Hun Sen, in cui Paetongtarn sarebbe apparsa troppo accondiscendente nei confronti del leader di Phnom Penh.

Paetongtarn Shinawatra, figlia del miliardario ed ex premier Thaksin Shinawatra, era entrata nel partito Pheu Thai nel 2021 e, solo due anni più tardi, nel 2023, era stata scelta dal Parlamento come Primo Ministro per succedere a Srettha Thavisin, anch’egli rimosso dalla Corte costituzionale per aver infranto le regole etiche sulle nomine ministeriali. Questo nuovo capitolo della politica thailandese rappresenta un ulteriore duro colpo per la dinastia degli Shinawatra, che da decenni polarizza la scena politica del paese. Paetongtarn è infatti il terzo membro della famiglia a essere estromesso dalla carica di primo ministro, tra decisioni della Corte costituzionale e colpi di stato.

La storia della famiglia Shinawatra

La stessa storia della famiglia Shinawatra è segnata da scontri proprio con le forze armate e con la magistratura. Thaksin Shinawatra, padre di Paetongtarn, eletto nel 2001 con ampio sostegno tra le campagne e i settori imprenditoriali, era stato deposto da un colpo di stato militare nel 2006. La sorella di lui, Yingluck Shinawatra, premier dal 2011 al 2014, era stata a sua volta destituita da una sentenza della Corte costituzionale. Lo stesso Thaksin ha affrontato vari procedimenti giudiziari, compreso un processo per lesa maestà da cui è stato prosciolto di recente.

Durante il processo a suo carico, Paetongtarn ha difeso il proprio comportamento, sostenendo che la telefonata fosse un tentativo di negoziazione e non un atto di sottomissione alla Cambogia. Ma la Corte costituzionale non ha sposato questa linea: il 29 agosto i nove giudici hanno votato con un verdetto di 6 a 3 per la sua rimozione, affermando che le sue azioni avevano “violato gli standard etici richiesti a un primo ministro secondo la Costituzione”. Inoltre, la Corte ha sottolineato che la telefonata “ha spinto l’opinione pubblica a dubitare che [le azioni di Paetongtarn] potessero favorire la Cambogia più che l’interesse nazionale” oltre a mettere in evidenza le disunità tra il governo e le forze militari a protezione del paese.

La telefonata con Hun Sen

La premier Paetongtarn Shinawatra era stata sospesa dalla sua posizione dalla Corte costituzionale già a metà luglio, a seguito della richiesta avanzata da 36 senatori che ne chiedevano la rimozione per “aver mancato di rispetto alla nazione” e per violazioni dei principi etici richiesti dal suo incarico. Le accuse nei suoi confronti sono legate a una telefonata, diffusa a sua insaputa, con uno dei più influenti politici cambogiani: Hun Sen, padre dell’attuale primo ministro Hun Manet e figura dominante della politica di Phnom Penh, dove ha guidato il governo per quasi quarant’anni e rimane oggi presidente del Senato.

La conversazione tra i due è avvenuta in un contesto particolarmente delicato, ovvero la riaccensione degli scontri al confine tra Thailandia e Cambogia. I due paesi si contendono ancora la sovranità di alcune aree al confine, in particolare attorno alla catena montuosa dei Dângrêk, con episodi di violenza che periodicamente riemergono. Quest’estate la tensione è esplosa di nuovo: alcune mine antiuomo hanno gravemente ferito militari thailandesi, raffreddando bruscamente i rapporti diplomatici tra i vicini, e a fine luglio si è verificato un violento scambio di fuoco nell’area del tempio khmer di Ta Muen Thom. Entrambi i governi – e i rispettivi apparati militari, che in entrambi i paesi ricoprono ruoli di grande influenza – si sono accusati a vicenda di aver colpito aree civili e di aver innescato l’escalation.

È all’inizio di queste tensioni che si è svolta la telefonata tra Paetongtarn e Hun Sen, risalente a metà giugno e ufficialmente con l’obiettivo di contenere l’escalation ed evitare un ulteriore deterioramento delle relazioni bilaterali. Tuttavia, una volta diffusa pubblicamente, il tono di Paetongtarn durante la conversazione ha alimentato forti polemiche in patria. La premier si è rivolta a Hun Sen chiamandolo “zio” – un appellativo che riflette anche i buoni rapporti personali tra Hun Sen e il padre, l’ex premier Thaksin – usando invece espressioni meno rispettose nei confronti di un generale dell’esercito thailandese. La diffusione del contenuto ha quindi indignato parte della popolazione e soprattutto dell’esercito, che ha giudicato la premier troppo remissiva e conciliante verso Hun Sen e, al tempo stesso, poco rispettosa nei confronti delle forze armate.

Da metà luglio, a guidare il Paese è il premier ad interim, Phumtham Wechayachai. Sarà lui a continuare a esercitare le funzioni di governo mentre la Camera dei rappresentanti si prepara a scegliere un nuovo primo ministro. Tuttavia, tale procedura non è semplice. In Thailandia, infatti, i candidati alla carica di premier devono provenire da una lista di nomi presentata dai partiti politici prima delle elezioni generali e approvata ufficialmente dalla Commissione elettorale. Solo i politici inclusi in quella lista possono essere nominati. Spetta poi alla Camera dei rappresentanti votarne la fiducia e designare il nuovo primo ministro, che dovrà poi essere formalmente confermato dal re. Al momento la lista dei papabili è composta da cinque figure appartenenti a quattro diversi partiti. Tra loro figurano Chaikasem Nitisiri del Pheu Thai Party; Anutin Charnvirakul, leader del conservatore Bhumjaithai Party, uscito dalla coalizione di governo dopo la controversa telefonata con Hun Sen; e l’ex premier Prayuth Chan-ocha, protagonista del più recente colpo di stato militare della nazione per il partito filo-militare United Thai Nation.

La Thailandia si trova dunque ancora una volta di fronte alla scelta di un nuovo leader, in un momento in cui i partiti populisti, come il Pheu Thai degli Shinawatra, sembrano in calo di consensi, mentre crescono le ambizioni delle forze vicine alla monarchia e all’esercito. In questo scenario, anche qualora fosse nominato un candidato del Pheu Thai, con ogni probabilità dovrebbe governare con un mandato fragile, osteggiato dai partiti conservatori e con grandi difficoltà a far passare riforme economiche di rilievo, necessarie per rilanciare un’economia stagnante. È inoltre probabile che il prossimo governo veda un aumento dell’influenza dei militari, già rafforzati dal ruolo assunto durante le tensioni con la Cambogia nell’ultima estate.

In quest’ottica, proprio il rapporto con il vicino cambogiano potrebbe restare uno dei nodi più delicati. Infatti, nonostante Bangkok e Phnom Penh abbiano raggiunto un accordo di cessate il fuoco siglato in Malesia nelle scorse settimane, le reciproche accuse di violazioni della tregua mantengono alta la tensione. Se l’esercito dovesse accrescere il proprio peso politico, crescerebbe anche il timore che la tregua possa incrinarsi. Paradossalmente, un maggiore coinvolgimento dei militari nelle istituzioni potrebbe però ridurre il rischio di un colpo di stato da parte dell’esercito – minaccia ricorrente nella storia politica thailandese. L’acquisizione di potere attraverso canali “legali”, all’interno dell’apparato amministrativo, potrebbe infatti soddisfare le ambizioni dell’esercito di rafforzare il proprio controllo senza ricorrere a un intervento diretto.

Maps of disputed Thailand-Cambodia border with military presence.