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Nepal: Generation Z Leads Protests Against Government

In Nepal, Generation Z leads protests over the shutdown of social platforms, which turn violent and cause the downfall of the Kathmandu government. The demonstrations, led by supporters of the monarchy, demand its restoration due to political corruption and
Youth protesters hold signs, block police in riot gear.

Mesi di disordini e proteste anticorruzione hanno culminato in due giorni di scontri e violenze, portando alla caduta del governo di Kathmandu. La protesta, iniziata lunedì 8 settembre a Kathmandu come una manifestazione pacifica contro la chiusura di 26 piattaforme social da parte del governo, si è rapidamente trasformata in uno scontro violento con le forze dell’ordine. Questo ha causato almeno 19 morti e numerosi feriti; le prime fonti ONU riportano oltre 100 vittime, mentre osservatori della regione parlano di fino a 500. La protesta ha gradualmente acquisito una dimensione sempre maggiore, con un aumento dei disordini nelle principali città e manifestanti che hanno dato fuoco ad alcune sedi e residenze istituzionali.

La caduta del governo

Dopo le dimissioni del Ministro dell’Interno, arrivate il lunedì durante le prime proteste, anche altri ministri e funzionari del partito di governo hanno abbandonato le loro cariche a causa delle morti e della crescente violenza. Infine, sono arrivate le dimissioni del Primo Ministro K.P. Sharma Oli, immediatamente ratificate dal Presidente Ram Chandra Paudel. Nella tarda giornata di martedì e nella mattinata di mercoledì, l’esercito è intervenuto per far rientrare la crisi e ristabilire l’ordine, anche se questo capitolo di crisi politica nel Paese sembra essere solo agli inizi.

Una lunga serie di proteste e manifestazioni civili è iniziata il 9 marzo di quest’anno, infiammando le principali città del Nepal. I cittadini sono scesi in piazza per esprimere il loro dissenso contro la corruzione della classe politica e l’incapacità del governo Oli di gestire le difficoltà economiche. Il Paese ha un tasso di disoccupazione giovanile che raggiunge il 21%, e il 33% del PIL proviene dalle rimesse dall’estero.

La protesta per la restaurazione della monarchia

A guidare i manifestanti erano i sostenitori delle fazioni pro-monarchia, che con slogan come “Come Back King, Save Nepal!” e “Restore the Monarchy!” chiedono l’instaurazione di una monarchia parlamentare guidata dall’ex re Gyanendra Shah, che regnò fino alla transizione democratica del 2008 e si è detto pronto a tornare sulla scena politica. Sebbene le manifestazioni per la restaurazione della monarchia siano un fenomeno che ha caratterizzato tutto l’ultimo decennio nepalese, questa volta si è trattato delle più violente dal 2015.

Le proteste hanno raggiunto il picco il 28 marzo, quando le forze di polizia si sono scontrate con i manifestanti che avevano superato le barriere di sicurezza per vandalizzare e dare fuoco agli edifici del potere politico, inclusi ritrovi e sedi del partito di governo. Già per quel mese si parla di almeno 3 vittime e 125 feriti, oltre a più di 130 arresti per coinvolgimento nella protesta violenta.

La protesta degli insegnanti

Le agitazioni dei monarchici si sono intrecciate con la protesta degli insegnanti, scesi in piazza a Kathmandu tra marzo e aprile per protestare contro la lentezza del governo nell’approvazione della nuova riforma del sistema scolastico. Questa riforma mira a concedere maggiori garanzie ai docenti sul piano della sicurezza dei posti di lavoro e contratti temporanei. Riuniti sotto diverse associazioni di categoria, gli insegnanti hanno condotto lunghe proteste fino a quando la legge è stata ufficialmente sottoposta al Parlamento a metà maggio. Anche in questo caso, le forze dell’ordine sono intervenute in più occasioni per tentare di contenere le proteste, provocando almeno 60 feriti.

Il blocco dei social media

L’ultimo focolaio di questa recente ondata di proteste è stato quello che ha portato a un nuovo picco di disordini sociali e, conseguentemente, alla caduta del governo. Giovedì 4 settembre, il governo di Kathmandu ha annunciato il blocco di 26 piattaforme social, tra cui le principali su scala internazionale come WhatsApp, Instagram, Facebook e YouTube, con l’accusa di aver mancato un ultimatum ministeriale per “registrarsi localmente, nominare responsabili della gestione dei reclami e rimuovere i contenuti segnalati”. Nel paese, che ha uno dei tassi di utilizzo pro-capite dei social media più alto al mondo, la mossa è stata letta immediatamente come un tentativo di reprimere l’organizzazione di proteste e manifestazioni, che normalmente accadevano attraverso le piattaforme sociali, e arginare l’ondata di dissenso per la corruzione della classe politica.

Hashtag come “#NepoKids”, “#NepoBaby”, e “#PoliticiansNepoBabyNepal” hanno spopolato su TikTok e Reddit, mentre slogan come “I figli dei politici tornano dall’estero con le borse di Gucci, i figli della gente tornano nelle bare” sono diventati simbolo della sollevazione che è scaturita in almeno otto città, oltre alla capitale, dopo il blocco dei social media. L’escalation è avvenuta in poche ore, aizzata dall’intervento della polizia, scesa in piazza con cannoni ad acqua, gas lacrimogeni e munizioni.

I manifestanti hanno deciso di disattendere un coprifuoco indetto lunedì con urgenza dal governo per tutta la capitale e di prendere di mira palazzi del potere e residenze governative con incendi mirati. Tra gli altri bersagli delle giornate di lunedì e martedì, gli insorti hanno dato fuoco al palazzo del Parlamento, alla residenza del Primo Ministro Oli e alla sede del suo partito, il CPN (Partito Comunista del Nepal); alle sedi della Corte Suprema, Corte Speciale e della Corte Distrettuale di Kathmandu; allo Sheetal Niwas (sede della presidenza del Paese) e alla residenza dell’ex-premier Jhalanath Khanal, quest’ultima causando la morte in ospedale della moglie Rajyalaxmi Chitrakar, che non è sopravvissuta alle ustioni riportate.

Oltre a luoghi di rilievo sul piano politico, i manifestanti hanno dato fuoco anche a siti culturali come scuole e piazze, e ad altri luoghi di rilevanza simbolica, quali l’Hilton hotel di Kathmandu e la sede di Kantipur Media Group, dove ha sede l’omonima emittente televisiva e dove viene pubblicato il “Kathmandu Post”. Questi episodi non hanno avuto luogo solo nella capitale: nella città di Pokhara, alcuni manifestanti hanno dato fuoco alla sede del Gruppo Anshuverma, che appartiene al figlio del Ministro per lo Sviluppo, la Gioventù e lo Sport Biraj Bhakta Shrestha, e ad uno showroom di proprietà del fratello del Ministro. Anche alcuni penitenziari sono stati presi di mira: una fuga di massa (oltre 200 evasi in totale) dalla prigione di Neubasta ha generato uno scontro fra detenuti del carcere minorile che ha causato 5 vittime e 7 feriti.

Appello del generale Ashok Raj Sigdel

In un video pubblicato la sera di martedì 9, il generale dell’esercito Ashok Raj Sigdel ha rivolto un appello ai gruppi di protesta al fine di calmare le tensioni, mentre le forze armate hanno iniziato a pattugliare la capitale nel tentativo di ripristinare l’ordine per le strade.

Risposta dell’India e della Cina

L’India segue attentamente la situazione e sia il portavoce di Narendra Modi che del Ministero degli Affari Esteri hanno immediatamente rilasciati commenti di timore e vicinanza per la situazione a Kathmandu. L’India è la principale destinazione dei lavoratori nepalesi all’estero e intrattiene tradizionalmente importanti rapporti economici con il Paese. Un messaggio analogo a quello di Modi è stato trasmesso da Pechino solo nella mattina di mercoledì 10 settembre: il Primo Ministro Oli era da poco ritornato dalla Cina, dopo aver partecipato alla parata militare indetta per il Victory Day, l’ottantesimo anniversario della fine della guerra di resistenza contro il Giappone.

La crisi politica nel Nepal

Quello nepalese non è il primo governo della regione a cadere dopo una serie di massicce proteste sociali, sfociate anche in violenza e vandalismo dei palazzi del potere; così come Oli non è il primo premier a perdere il posto poco dopo aver visitato Pechino. Un anno fa era toccato a Sri Lanka e Bangladesh, e proprio la PM Sheikh Hasina si era recata in Cina per incontrare Xi Jinping poco prima di venire forzata a lasciare Dacca per rifugiarsi in India. Pechino ha dunque perso nuovamente un leader della regione che, nonostante il passato di forte vicinanza con l’India, era pronto a intrattenere maggiori relazioni commerciali con la RPC e stava lavorando per migliorare i rapporti bilaterali.

La situazione economica e politica

Lo spillover di crisi di governo nei tre paesi, tutte nate da proteste popolari nel giro di un anno, non ha tuttavia alle spalle un radicato movimento transnazionale o solidi legami che rendano il puzzle regionale interconnesso, a parte una situazione di difficoltà economica dalle lente prospettive di ripresa e un tasso di disoccupazione giovanile che ha esasperato la generazione Z. Questo rende complicato immaginare con precisione un futuro politico ed economico per il Nepal, dove la tenuta della democrazia è fragile sin dalla caduta della monarchia nel 2008. Sarà cruciale osservare, come nel caso di Sri Lanka e Bangladesh, quali rapporti economici verranno privilegiati dal futuro establishment politico del Paese e come verrà affrontata l’ardua questione della ristrutturazione dell’economia nazionale.

Protesters hold royalist signs and images of King Gyanendra.