
I dettagli del “deal” commerciale tra Hanoi e Washington, annunciato il 2 luglio, rimangono ancora oscuri. L’attenzione è focalizzata sul trasbordo di merci cinesi. In pieno contesto di dazi trumpiani, non è casuale l’ordine dei Paesi che hanno siglato intese commerciali o le loro “basi” con l’amministrazione MAGA tra maggio e inizio luglio: Regno Unito, Cina e successivamente Vietnam. L’accordo con Londra è stato più simbolico, celebrato nell’ottantesimo anniversario del “Giorno della vittoria”. Quello con Pechino è stato una necessità economica, data l’imposizione di aliquote tariffarie a tre cifre che equivalevano a un embargo tra le due superpotenze. L’accordo col Vietnam, invece, evidenzia il dinamismo di un Paese di 101 milioni di abitanti e la rilevanza del Sud-est asiatico per le catene globali di approvvigionamento, di cui Washington non può fare a meno.
Il Vietnam è tra i top dieci dei partner commerciali degli USA, grazie principalmente alle esportazioni. Gli USA hanno acquistato prodotti vietnamiti per 136,5 miliardi di dollari nel 2024 e 106,2 miliardi nei primi sette mesi del 2025, rappresentando il principale sbocco per beni manifatturieri come vestiti, calzature, giocattoli, celle solari, elettronica di consumo e altri macchinari. In direzione opposta, il Vietnam ha importato solo 13 miliardi di prodotti Made in America nel 2024 e 8,3 miliardi nei primi sette mesi del 2025. La Cina è il primo partner commerciale del Vietnam con oltre 200 miliardi di dollari di interscambio di beni, nonché fonte imprescindibile di componenti industriali, tecnologie intermedie ed elettronica di consumo.
Il 2 aprile, Donald Trump aveva inserito il Vietnam nella lista delle 57 controparti accusate di aver alimentato ingiustamente gli squilibri commerciali degli USA, soggette a dazi “reciproci” più punitivi dell’aliquota di base del 10%. Ad Hanoi era stata annunciata un’aliquota tariffaria del 46%, tra le più alte nella lista, sui suoi beni esportati al di là del Pacifico, al netto di esenzioni settoriali. Il 9 aprile l’iniziativa era stata congelata per 90 giorni dopo la reazione dei mercati finanziari, lasciando a quasi tutti i Paesi il 10%. Il 2 luglio sarebbe arrivata la svolta bilaterale tra Washington e Hanoi, con il raggiungimento di un’intesa di principio sui dazi, come annunciato dal social network Truth.
A due mesi di distanza, né i dettagli dell’intesa né un comunicato congiunto sono stati pubblicati da ambo le parti, gettando incertezza su cosa effettivamente sia stato pattuito. Il sito della Casa Bianca ha già pubblicato i risultati principali dei negoziati conclusi durante l’estate con Indonesia e Giappone. L’intesa prevederebbe l’applicazione di un dazio generale del 20% sulle importazioni vietnamite, quasi il doppio rispetto alle attese dei negoziatori di Hanoi ma oltre la metà di quello annunciato a Rose Garden il 2 aprile.
Il testo dell’ordine esecutivo del 31 luglio dà una risposta: “An article determined by CBP to have been transshipped to evade applicable duties under section 2 of this order shall be subject to (i) an additional ad valorem rate of duty of 40 percent”. Il nodo è stato sciolto solo sulla carta: viene da chiedersi come verranno trattati i beni esportati da un Paese ma con una certa quota di input provenienti da un altro. Sicuramente mettere in piedi buone pratiche per alcune catene di approvvigionamento ha tempi lunghi di sviluppo e costi elevati a carico di importatori ed esportatori.
Il testo su Truth non fa riferimento a nessuna riduzione delle barriere non-tariffarie da parte del Vietnam. In cambio, Hanoi avrebbe accettato di azzerare i dazi su tutti i prodotti statunitensi importati, anche se i valori in gioco sono nettamente inferiori rispetto al flusso opposto. Nel 2024 il dazio complessivo applicato dal Vietnam verso il resto del mondo è stato pari al 9,5% (media semplice) e al 5,1% (media pesata per l’import), con quello solo nel settore agricolo rispettivamente al 17% (media semplice) e al 10,3% (media pesata per l’import).
L’imposizione di un’extra-tassa per i beni che transitano dal Vietnam non è un caso, ma punta a contenere uno degli effetti collaterali della prima guerra commerciale contro Pechino: la penetrazione di input e beni finali cinesi nel mercato nordamericano da porte secondarie. Questo è stato uno dei fattori di spinta del disavanzo commerciale degli USA nei confronti del Vietnam negli ultimi anni, uno dei più elevati, e mina il de-risking dell’economia a stelle strisce dal valore aggiunto cinese. Nel 2025 poco è cambiato, anzi l’accumulo anticipato di beni importati da parte degli USA a causa dei timori dei dazi trumpiani ha acuito il problema: secondo i dati dell’Ufficio nazionale di statistica del Vietnam, nei primi sei mesi dell’anno il valore in dollari dell’export cinese verso il vicino meridionale è aumentato del 27% su base annua, mentre quello dell’export vietnamita verso gli USA è aumentato di quasi il 29%.
Una parte di tale dinamica è frutto di un fenomeno di dirottamento, ma ciò dice poco sulle reali dimensioni del trasbordo illegale. Non sarà affatto semplice distinguere operativamente in dogana USA un prodotto frutto di genuini investimenti/rilocalizzazioni di aziende cinesi in Vietnam, che è un Paese con costi relativamente bassi e una forza lavoro da 57 milioni di persone, e un prodotto figlio di un astuto rebranding del Made in China in Made in Vietnam con minime o nulle trasformazioni sostanziali durante il processo finale di assemblaggio o tramite riconfezionamento. L’Asia orientale vanta catene di approvvigionamento integrate grazie a diversi gradi di partnership: ASEAN, ACFTA e RCEP.
Il messaggio dell’amministrazione MAGA è chiaro: il Vietnam è “essenzialmente una colonia della Cina comunista”. Hanoi respinge questa narrazione, sostenendo che la crescita del proprio export è il risultato naturale della ristrutturazione delle catene globali di approvvigionamento e dell’afflusso di ingenti investimenti esteri, tra l’altro anche statunitensi. Negli ultimi anni, grandi attori internazionali dell’elettronica, da Apple a Samsung, hanno trasferito in Vietnam porzioni significative delle loro attività produttive, trasformando il Paese in un nodo strategico per la fornitura di componenti e prodotti finiti destinati anche al mercato statunitense.
In aggiunta, dietro questa visione si cela la politica di Washington secondo cui il Vietnam non è soltanto un partner commerciale, ma un tassello strategico fondamentale nella più ampia politica di contenimento dell’influenza cinese nell’Asia emergente. Gli Stati Uniti hanno progressivamente rafforzato la loro presenza economica nel Paese non solo attraverso il commercio, ma anche tramite investimenti nelle infrastrutture, nella difesa e persino nei servizi digitali, come dimostra la recente autorizzazione all’uso della rete satellitare Starlink. Il rafforzamento dei legami economici e diplomatici tra i due Stati rappresenta per Washington un contrappeso alla crescente assertività di Pechino nella regione.
Il Vietnam si trova in una posizione unica e la ricerca dell’equilibrio continuerà a essere la cifra dell’azione di Hanoi, anche in virtù dei partenariati strategici globali con Cina e Stati Uniti. Secondo un documento governativo riportato da Bloomberg, aliquote tariffarie tra il 20 e il 40% potrebbero contrarre il valore dell’export vietnamita fino a 37 miliardi di dollari. Questo colpo si verificherebbe nello scenario peggiore di totale assorbimento del costo del dazio, che è una tassa sulle importazioni, da parte delle aziende esportatrici. Inoltre, parte del costo è assorbibile dal tasso di cambio e il dong si è ulteriormente indebolito nei confronti del dollaro nell’ultimo anno.
Sebbene una riduzione del flusso di trasbordo abbia potenzialmente un impatto negativo per il Vietnam nel breve termine e i dazi non facciano certo bene all’economia globale, la nuova composizione tariffaria della Casa Bianca potrebbe non intaccare la sua posizione emergente. L’accordo con Washington è per il Vietnam, che ha un export di beni e servizi pari a oltre l’80% del PIL nazionale e che punta a diventare un’economia ad alto reddito entro il 2045, una scommessa. Da un lato, offre l’opportunità di consolidare i rapporti con il suo secondo partner commerciale e attrarre nuovi investimenti diretti esteri: gli USA hanno imposto ai beni delle vicine Indonesia, Filippine, Thailandia e Malaysia un’aliquota pressoché simile (19%), mentre i beni cinesi e ora quelli indiani sono soggetti ad aliquote superiori, salvo novità sul fronte delle trattative.
In secondo luogo, il divario tra il dazio generale del 20% e quello “di trasbordo” del 40% è rilevante. Tutto ciò preserva teoricamente l’appeal del Vietnam come polo manifatturiero attrattivo per le strategie “Cina+1” ed economia in crescita (+7% nel 2024, anche se dato in rallentamento). Tuttavia, se il differenziale tariffario rispetto alla Cina dovesse ridursi e il concetto di “trasbordo” venisse interpretato dalla Casa Bianca ad ampio raggio, gli equilibri potrebbero non essere così rosei per Hanoi. Dall’altro lato, un’intesa contro gli interessi cinesi comporta il rischio di acuire le tensioni con il governo di Pechino. La visita di Xi Jinping ad aprile e quella del presidente vietnamita Luong Cu?ng a settembre nei rispettivi Paesi dimostrano quanto i due vicini condividano profondi legami economici, oltre che diplomatici, e una catena di approvvigionamento interconnessa difficilmente recidibili.
Dazio o non dazio, per Hanoi rimane un gioco di equilibrio tra le due superpotenze per diventare grande.
