
Due anni dopo l’attacco di Hamas, Israele e il Medio Oriente hanno subito trasformazioni profonde. L’attacco del 7 ottobre 2023 contro il sud di Israele ha scatenato una guerra che ha alterato fragili equilibri e rapporti di forza nella regione. Sebbene Israele abbia vinto le battaglie militari grazie alla sua supremazia bellica, ha perso la battaglia morale e di immagine a causa della sua risposta spietata. Questo ha lasciato il paese di fronte a scelte difficili.
Dopo 24 mesi di conflitto, esiste la possibilità di un accordo che potrebbe porre fine alle uccisioni e alle distruzioni a Gaza e restituire gli ostaggi israeliani, vivi e morti, alle loro famiglie. Questo accordo rappresenta l’unico spiraglio di una tregua, ma non è certo che Hamas e Israele lo colgano. Il conflitto decennale, con radici nei conflitti della seconda metà del Novecento, ha determinato un prezzo di sangue troppo alto e ferite troppo profonde da rimarginare.
Gli attacchi del 7 ottobre hanno ucciso circa 1200 persone, per lo più civili israeliani, mentre 251 sono state prese in ostaggio. Gli israeliani stimano che di questi 20 siano ancora vivi e chiedono la restituzione dei corpi di altri 28. La risposta di Israele con una devastante potenza di fuoco si è estesa a Libano, Yemen, Siria e Iran, riducendo in macerie gran parte della Striscia di Gaza. Più di 66mila palestinesi, per lo più civili, tra cui oltre 18mila bambini, sono stati uccisi. Le statistiche provengono dal Ministero della Salute di Hamas, generalmente considerate affidabili. Uno studio pubblicato su The Lancet sostiene che si tratterebbe di un bilancio estremamente sottostimato.
Ventiquattro mesi dopo il 7 ottobre 2023, sia gli israeliani che i palestinesi sono stanchi della guerra. I sondaggi mostrano che la maggioranza desidera un accordo che restituisca gli ostaggi e ponga fine alle violenze. Centinaia di migliaia di riservisti delle forze armate israeliane chiedono di tornare alla loro vita, mentre oltre due milioni di palestinesi a Gaza vivono una catastrofe umanitaria senza precedenti, preda della guerra, dei continui sfollamenti e una carestia provocata dalle restrizioni imposte da Israele. Entrambi i popoli appaiono ormai sempre più in ostaggio di un conflitto che si combatte sopra le loro teste.
Hamas vuole trovare un modo per non scomparire e, pur avendo accettato di cedere il potere ai tecnocrati e consegnare ciò che resta del suo arsenale pesante, non intende smantellare del tutto la sua potenza di fuoco. Tuttavia, il fatto che Hamas abbia la possibilità di un negoziato serio apre più possibilità di quanto sembrasse anche solo lontanamente possibile solo un mese fa. Fu allora che Israele tentò, senza successo, di uccidere la leadership di Hamas in una serie di attacchi contro un edificio a Doha, dove stavano discutendo le proposte di pace.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha in mente la sua sopravvivenza politica. Vuole preservare il potere, continuare a rinviare il processo per corruzione, vincere le elezioni previste per l’anno prossimo e non passare alla storia come il responsabile degli errori che hanno portato al giorno più nero della storia di Israele. Per questo, da due anni mantiene il paese in uno stato di guerra costante che impedisce l’elaborazione del lutto e un dibattito nazionale trasparente anche in merito alle gravissime falle nella sicurezza dello Stato.
Il primo ministro ha usato tutte le sue doti di funambolo per tenersi in equilibrio tra i suoi alleati dell’estrema destra messianica ed etnonazionalista, che vedono ormai a portata di mano il sogno dell’annessione della Cisgiordania e la creazione del ‘Grande Israele’, e le pressioni dell’alleato statunitense Donald Trump. Intanto, sotto la sua guida, una guerra i cui obiettivi dichiarati erano il ritorno degli ostaggi e lo smantellamento di Hamas si è trasformata in quello che l’Onu ha definito genocidio su vasta scala.
A due anni dal 7 ottobre 2023 non c’è ancora «nessun responsabile» scrive oggi in un durissimo editoriale il quotidiano Ha’aretz secondo cui «un governo fallito si aggrappa al potere mentre l’intera nazione ne paga il prezzo». Negli ultimi due anni gli Stati Uniti sono stati un partner a pieno titolo nella guerra. Senza l’aiuto americano, Israele non avrebbe potuto portare avanti il conflitto con una forza così spietata e prolungata. La maggior parte delle armi israeliane provengono dagli Usa, che forniscono anche protezione politica e diplomatica, ponendo il veto su ogni risoluzione delle Nazioni Unite volta a fare pressione su Tel Aviv.
Ironia della sorte, oggi è proprio dal più imprevedibile presidente americano che arriva l’unico spiraglio di pace. I colloqui indiretti in corso in Egitto si stanno svolgendo perché Donald Trump è riuscito a esercitare pressioni tanto su Hamas quanto su Israele. Eppure il suo piano in 20 punti potrebbe forse condurre finalmente a un cessate il fuoco, ma come roadmap di costruzione della pace, suona vuoto: non stabilisce chiaramente i dettagli di un ritiro delle truppe israeliane da Gaza né garantisce la Cisgiordania dall’annessione. E non indica come e se nascerà uno Stato palestinese, un’ipotesi che Netanyahu ha ripetutamente respinto. Al contrario, ipotizza una tutela internazionale di Gaza in capo ad un ‘Board of peace’ dal mandato simile a quello imposto dalla Società delle Nazioni oltre un secolo fa.
Sperare che questo piano porti a un qualche risultato è imperativo. Dati gli attori in campo è difficile se non impossibile ipotizzare un’alternativa che salvi miracolosamente Israele e il Medio Oriente dall’abisso nel quale sono precipitati.
Due anni dopo la tragedia del 7 ottobre, Israele è più forte e più debole allo stesso tempo. Ha rafforzato la sua posizione a livello militare, ma è più isolato a livello diplomatico. La devastazione di Gaza seguita all’attacco di Hamas ha ridefinito gli equilibri regionali, ridimensionando Hezbollah e Iran ma al costo di un prezzo umano e politico altissimo. L’immagine di Israele nel mondo occidentale si è incrinata, e il sostegno tradizionale in Europa, ma anche nell’opinione pubblica degli Stati Uniti, mostra crepe profonde.
Dall’altro lato, Hamas è ormai al collasso, ma nonostante abbia accettato sulla carta il piano di Trump, non è ancora detto che sia disposta a cedere tutto segnando la propria fine. I negoziati in corso sono un passo avanti, ma pace e riconciliazione sembrano ancora lontane.
Gli Stati Uniti hanno fornito un supporto significativo a Israele durante il conflitto, sia in termini di armi che di protezione politica e diplomatica. Questo supporto ha permesso a Israele di mantenere una risposta militare spietata e prolungata. Tuttavia, l’intervento di Donald Trump ha aperto una possibilità di negoziato che potrebbe portare a un cessate il fuoco, anche se i dettagli del piano sono vaghi e non garantiscono una soluzione definitiva.
Il piano di Trump, sebbene possa portare a un cessate il fuoco, non fornisce dettagli chiari su un ritiro delle truppe israeliane da Gaza, né garantisce la Cisgiordania dall’annessione. Inoltre, non indica come e se nascerà uno Stato palestinese, un’ipotesi che Netanyahu ha ripetutamente respinto. Al contrario, il piano ipotizza una tutela internazionale di Gaza, simile a quella imposta dalla Società delle Nazioni oltre un secolo fa.
La situazione attuale è caratterizzata da una profonda stanchezza da parte di entrambi i popoli coinvolti nel conflitto. Gli israeliani e i palestinesi desiderano un accordo che restituisca gli ostaggi e ponga fine alle violenze. Tuttavia, la situazione umanitaria a Gaza è catastrofica, con oltre due milioni di palestinesi che vivono in condizioni disperate a causa della guerra, dei continui sfollamenti e della carestia provocata dalle restrizioni imposte da Israele.
Hamas, pur avendo accettato di cedere il potere ai tecnocrati e consegnare ciò che resta del suo arsenale pesante, non intende smantellare del tutto la sua potenza di fuoco. Questo crea un equilibrio delicato nei negoziati, dove entrambe le parti cercano di garantire la propria sopravvivenza politica.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è sotto pressione per la sua gestione del conflitto e per i processi per corruzione. Ha mantenuto il paese in uno stato di guerra costante per evitare un dibattito nazionale trasparente e per preservare il suo potere. Tuttavia, la sua posizione è sempre più precaria, con l’opinione pubblica che mostra segni di stanchezza e insoddisfazione.
La devastazione di Gaza ha ridefinito gli equilibri regionali, ridimensionando Hezbollah e Iran. Tuttavia, il prezzo umano e politico è stato altissimo. L’immagine di Israele nel mondo occidentale si è incrinata, e il sostegno tradizionale in Europa e negli Stati Uniti mostra crepe profonde.
Hamas è al collasso, ma non è ancora disposta a cedere tutto. I negoziati in corso rappresentano un passo avanti, ma pace e riconciliazione sembrano ancora lontane. La situazione attuale richiede un impegno significativo da parte di tutti gli attori coinvolti per trovare una soluzione duratura al conflitto.
