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Crunch Time in Qatar: Crisis between Gulf and Israel

The Israeli bombing in Doha strains the Abraham Accords and trust in the US between Israel and the Gulf monarchies, increasing risks due to Israel's unilateral military stance and affecting stability in the Middle East.
Images of Israeli strikes and Middle East regional maps.

Il bombardamento israeliano su Doha rappresenta un punto di svolta nei rapporti tra Israele e le monarchie del Golfo, mettendo in crisi gli Accordi di Abramo e sollevando dubbi sull’affidabilità degli Stati Uniti. Questo evento segna un “prima” e un “dopo” nel rapporto tra le monarchie del Golfo e Israele. Per un anno e mezzo, queste monarchie hanno coesistito con difficoltà crescente e imbarazzi sempre maggiori, a causa dell’unilateralismo militare del governo di Tel Aviv, che ha seguito il massacro del 7 ottobre e la presa di ostaggi israeliani.

L’Arabia Saudita e le altre monarchie del Golfo hanno inizialmente tratto vantaggio geopolitico dalle campagne militari di Israele nella regione contro gli alleati e i proxy di Teheran, soprattutto in Libano e, fino alla caduta di Assad, in Siria. Tuttavia, la guerra di Israele contro l’Iran ha cominciato a cambiare il quadro, aumentando i rischi e diminuendo i benefici. Questo ha svelato l’inconciliabilità tra la strategia israeliana, che prioritizza la sicurezza di Israele tramite l’uso della forza, e quella saudita, che dà priorità agli strumenti economici e alla necessità di stabilità in Medio Oriente.

La distanza politica tra le monarchie del Golfo e Israele è cresciuta settimana dopo settimana, accelerata dalla fame a Gaza e dai piani annunciati di annessione di diverse parti della Cisgiordania. Questi piani metterebbero fine anche ai più ostinati sforzi di costruzione di uno stato palestinese, nonché alla politica del “due popoli, due stati”. Ora, con la palese violazione della sovranità del Qatar, la distanza tra Israele e il Golfo è diventata un fossato strategico. Per le monarchie, non si tratta più solo di stabilità regionale, ma della difesa della sicurezza nazionale.

Il rapporto tra il Qatar e gli Stati Uniti, così come tra le monarchie del Golfo e gli Stati Uniti, è profondamente compromesso dalla polvere sollevatasi dal centralissimo quartiere della capitale qatarina. La deterrenza americana nel Golfo non funziona più, né per i nemici (Iran) né per gli amici (Israele) di Washington. L’Iran, con l’attacco del 23 giugno alla base americana di Al Udeid nell’emirato, l’aveva dimostrato; Israele, con lo strike del 9 settembre contro la riunione di Hamas, lo ha ribadito.

Per Doha e le monarchie, l’unità tra i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, nonché tra i paesi arabi, è l’unica risposta possibile, seppur non risolutiva, alla destabilizzazione che la strategia militare di Israele sta producendo. La strategia militare di Israele ha materializzato i timori delle monarchie: l’unilateralismo militare di Israele può colpire anche loro, sebbene il target di ieri fosse Hamas, non il Qatar. L’emirato ha a lungo coltivato un rapporto di pragmatica ambiguità con molti gruppi armati e terroristici della regione, da Hamas ai talebani in Afghanistan. Un rapporto che per anni ha fatto comodo, rispettivamente, anche a Israele e talvolta agli Stati Uniti, in chiave politico-diplomatica, ma che diventa sempre meno gestibile e utile in una stagione in cui l’uso della forza prevale sulla trattativa politica.

C’è un messaggio nascosto nell’attacco israeliano nel cuore dell’emirato. A differenza del luglio 2024, quando il capo di Hamas Ismail Haniyeh, che viveva a Doha, fu ucciso mentre si trovava a Teheran, Tel Aviv ha scelto ora di colpire la leadership di Hamas direttamente in Qatar, paese che da anni la ospita. Il messaggio del governo Netanyahu è che non esistono limiti geografici, neppure per gli alleati di Washington. Neppure per il mediatore Qatar che, il 4 settembre, aveva ospitato il ministro degli esteri dell’Iran, riprendendo faticosamente il dialogo interrotto dai missili su Al Udeid.

Adesso, la scelta israeliana di bombardare Doha evidenzia quanto gli Accordi di Abramo, più in generale la strategia regionale delle normalizzazioni, siano ora sacrificabili, agli occhi di Tel Aviv, rispetto agli obiettivi di sicurezza di Israele. Nei giorni scorsi, gli Emirati Arabi Uniti, firmatari degli Accordi di Abramo nel 2020, hanno lasciato intendere, per la prima volta dall’inizio della guerra fra Israele e Hamas, che la normalizzazione è a rischio. Il senso del ragionamento emiratino è che sia Israele, con le sue politiche, ad aver “rovesciato” quegli Accordi e il loro spirito di integrazione regionale.

Gli Emirati Arabi hanno chiaramente dichiarato che l’annessione della Cisgiordania a Israele costituirebbe, per loro, una “linea rossa”, perché affosserebbe l’ipotesi di creazione di uno stato palestinese, quindi la politica dei due stati. Un tema, quello dello stato palestinese, tornato al centro dell’agenda delle monarchie e dell’Arabia Saudita con la guerra a Gaza, dopo che per anni, nella percezione delle élite del Golfo orientate a un futuro di accordi economici, era stato quasi derubricato a fastidioso retaggio del passato.

Il Qatar è diventato il luogo dove i nemici regionali regolano i loro conti politici, prima l’Iran ora Israele: una condizione che l’emirato, né l’Arabia Saudita, possono accettare. In questi giorni, ci sono stati diversi incontri significativi nel Golfo, con un tema in agenda: i piani di annessione della Cisgiordania e il “Piano Riviera” per Gaza. Il presidente degli Emirati Arabi Mohammed bin Zayed Al Nahyan si è recato dal principe ereditario saudita Mohammed bin Salman Al Saud (3 settembre), mentre il re di Giordania ha visitato il presidente emiratino (7 settembre). Non si tratta soltanto di coordinarsi sulla linea politica in Medio Oriente. Davanti all’irrefrenabile strategia israeliana, c’è un senso di urgenza nuovo, che riguarda la sicurezza nazionale delle monarchie, la stabilità del Golfo e dei paesi arabi in generale.

Il ministro degli esteri giordano, Ayman Safadi, ha espresso questo senso di urgenza durante una riunione della Lega Araba, dichiarando: “dobbiamo lavorare insieme per una strategia complessiva -politica, economica, legale e difensiva- che impieghi tutti gli strumenti disponibili per proteggere il nostro futuro e interessi”. La parola “difensiva” assume un significato ancora più importante dopo il bombardamento a Doha. In questo complicato tornante mediorientale, il Qatar e le monarchie del Golfo hanno compreso di non poter contare sugli Stati Uniti di Donald Trump, il leader che firma con loro accordi economici ricchi e visionari, ma che poi asseconda (vedi l’attacco all’Iran) e/o non è capace di contenere (vedi il bombardamento su Hamas a Doha) le mosse di Israele.

Mosse che vanno nella direzione opposta alla stabilità regionale necessaria alle monarchie per generare prosperità, per loro, per la regione e per gli stessi interessi americani. Al netto dei passi in avanti sull’autonomia nella difesa, il Qatar e le monarchie hanno ancora bisogno della protezione americana, proprio adesso che questa non è più garantita né efficace. Le capitali arabe del Golfo devono quindi affrontare una realtà scomodissima che non può più essere nascosta o negata.

Una nuova stagione nelle relazioni con Washington

Questa realtà apre una nuova stagione nelle relazioni con Washington, con uno spartito ancora da scrivere. Il Qatar e le monarchie del Golfo devono adattarsi a questa nuova realtà e trovare nuove strategie per proteggere i loro interessi e garantire la stabilità regionale.

A split image comparing economic and security priorities in the