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G20 en Sudáfrica: Crisis Evitada

El G20 en Sudáfrica, liderado por un país africano por primera vez, enfrentó ausencias notables como Trump, Xi y Putin. La presidencia sudafricana buscó evitar tensiones diplomáticas, especialmente con Estados Unidos. Se destacaron temas de solidaridad, igualdad y sostenibilidad,
El presidente estadounidense Donald Trump y Cyril Ramaphosa en la cumbre del G20.

Il forum globale dei grandi, guidato per la prima volta da un Paese africano, ha dovuto affrontare un contesto internazionale frammentato. Tra gli assenti di spicco figuravano Trump, Xi e Putin. La riunione dei leader del G20, dichiarata chiusa dal presidente sudafricano Cyril Ramaphosa il 23 novembre, è stata seguita poco dai media italiani e internazionali. La sordina che l’ha avvolta si spiega, in parte, con le condizioni decisamente inedite in cui si è tenuto, probabilmente le più difficili dai tempi della nascita del forum nel 1999.

La presidenza di turno del Sudafrica, la quarta di seguito affidata a un Paese del Sud globale (dopo Indonesia, India e Brasile) e la prima di un Paese africano, è iniziata il 1 dicembre 2024. Questo periodo coincideva con la fase di attesa tra la fine della presidenza di Joe Biden e l’inizio ufficiale del secondo mandato di Donald Trump alla Casa Bianca. Nei primi mesi del 2025, il Sudafrica di Ramaphosa era finito, insieme a Canada, Groenlandia e Panama, tra i bersagli scelti dalla nuova presidente americana per mostrare al mondo la svolta radicale che intendeva imprimere alla politica estera della prima potenza mondiale.

Con questi presupposti, non sorprende che le schermaglie diplomatico-cerimoniali tra Washington e Pretoria abbiano occupato gran parte della scena, prima e durante il vertice, tenutosi a Johannesburg nel fine settimana tra il 22 e il 23 novembre. L’annuncio, arrivato due settimane prima dell’evento, che Trump non avrebbe partecipato ai lavori ha ottenuto l’effetto voluto, ossia quello di sottolineare il peso della superpotenza americana e il deficit di legittimazione che l’assenza di Washington è tuttora capace di imporre a qualsiasi conferenza o evento internazionale.

Il fatto che la scelta di Trump sia stata giustificata denunciando il trattamento della minoranza bianca in Sudafrica ha dimostrato come la campagna a difesa dei farmer afrikaner, lanciata nel febbraio scorso, fosse stata una mossa preparatoria pensata in vista di questa occasione. Al termine del vertice, la Casa Bianca ha tenuto a far sapere che, non avendo partecipato ai lavori, si rifiutava di riconoscere come legittima qualsiasi dichiarazione a nome del Gruppo dei 20 che andasse oltre un breve riassunto da parte della presidenza.

La risposta di Pretoria è stata inevitabile: respingere la richiesta al mittente e ribadire che il Sudafrica “è un Paese sovrano”, lamentando la mancanza di riguardo nei confronti del forum e degli altri partecipanti. Quando Washington ha comunicato che alla cerimonia del passaggio di consegne della presidenza del G20 dal Sudafrica agli Stati Uniti, prevista per il 1° dicembre, interverrà solo un inviato, il governo sudafricano ha replicato che Ramaphosa non consegnerà le chiavi “a un funzionario di basso livello” e che gli USA dovranno ritirarle “direttamente dagli uffici del ministero degli Esteri e della Cooperazione”.

In questo scambio acceso, Trump ha comunicato che non inviterà il Sudafrica al forum dell’anno prossimo in Florida. Al di là di queste schermaglie, il summit sudafricano può essere interpretato come un momento di transizione, se non proprio di tregua, in cui si è riusciti a non fare precipitare le cose e a mantenere ancora in piedi la struttura dell’ordine internazionale multilaterale a guida americana, messo in discussione nei suoi fondamentali, almeno a parole, dal presidente degli USA.

Memore della crisi diplomatica dello scorso febbraio e consapevole dei danni che possono venire dal trovarsi presi nel mezzo della tensione tra le grandi potenze, il Sudafrica non voleva che il primo G20 tenuto in Africa fosse ricordato come un fallimento, ma nemmeno che l’evento potesse essere letto da diplomazie e opinioni pubbliche occidentali come un altro passo avanti verso la formazione di un “blocco” del Sud globale contrapposto alle potenze del G7.

A due anni dal clamore suscitato dall’allargamento dei BRICS e a pochi mesi dalla parata militare per la vittoria nella Seconda guerra mondiale organizzata a Pechino lo scorso settembre, l’assenza dal vertice dei leader delle due grandi potenze che si propongono come alternative alla superpotenza americana, Xi Jinping e Vladimir Putin, sostituiti a Johannesburg dai rispettivi primi ministri, ha contribuito a evitare che lo diventasse.

Che il forfait del presidente russo sia stato giustificato dallo stesso mandato d’arresto pendente che appena due anni or sono, in occasione di un vertice dei BRICS in Sudafrica, aveva precipitato una mini-crisi diplomatico-politica con il Tribunale penale internazionale e con gli Stati Uniti di Biden, ci ricorda ancora una volta quanto siano strani i tempi in cui ci troviamo a navigare. Da parte sua, il Sudafrica ha fatto tutto quello che poteva per evitare che il summit riflettesse troppo le tensioni globali alimentate da questo primo anno della seconda era trumpiana.

I media sudafricani, impegnati a sostenere la difficile coalizione di governo tra l’ANC di Ramaphosa e la Democratic Alliance di Helen Zille, nata dalle elezioni dello scorso anno, non hanno calcato la mano sulla scelta di alcuni Paesi membri (l’Argentina del filo-trumpiano Milei, ma anche Indonesia, Arabia Saudita e Messico) di mandare i propri numeri due, che il presidente francese Macron ha voluto invece sottolineare come segnale di allarme da non sottovalutare per il futuro del forum.

Il fatto che i lavori si siano concentrati quasi esclusivamente sulle tre parole d’ordine volute dallo Stato organizzatore come tema della riunione – solidarietà, eguaglianza e sostenibilità – e che poco spazio sia stato dato non soltanto alla guerra in Ucraina, ma anche ai tentativi di risolvere una volta per tutte la crisi israelo-palestinese, su cui Pretoria solo pochi anni fa aveva scelto di esporsi al massimo livello portando Israele davanti al Tribunale penale internazionale, appare coerente con l’intenzione di non offrire nessun motivo di ulteriore tensione.

En un momento en el que parecen abundar razones potenciales de disacuerdo entre los miembros del foro, los contenidos de la declaración final, que Pretoria ha elegido prudentemente hacer votar al inicio de la conferencia, reflejan los intentos que la diplomacia sudafricana se había dado en los meses precedentes y la clara voluntad de identificarse con la tradicional línea «riformista» asumida por Pretoria, desde los tiempos de Thabo Mbeki, en relación con las organizaciones multilaterales, que muchos en África, Asia y América Latina consideran aún demasiado controladas por las potencias del Norte del mundo.

Por un lado, se destaca la urgencia de apoyar a los países en vía de desarrollo, reforzando la seguridad alimentaria, ayudándolos a enfrentar los efectos del cambio climático y la transición energética y reactivando el compromiso de mejorar los mecanismos de gestión del débito que impiden de hecho a los países de bajos ingresos invertir en los servicios de bienestar esenciales. Por otro lado, se reafirma el objetivo de una reforma de las instituciones internacionales y la gobernanza global de modo que reflejen mejor los nuevos asentamientos demográficos y económicos del mundo y garanticen una representación más adecuada al Sur global, reafirmando sin embargo la confianza en las estructuras multilaterales ya existentes.

El texto final insiste en la necesidad de reforzarlas, afirmando que «el mundo enfrenta desafíos complejos que requieren respuestas colectivas y coordinadas». A pesar de los relámpagos y los nubarrones oscuros que surcan los cielos del mundo, el paso de las riendas al final del cumbre de Johannesburgo mantiene la pelota en juego, reenviándola a la próxima reunión del Grupo de los 20, destinada a desarrollarse bajo la dirección estadounidense.

El anuncio, hecho en Johannesburgo el día anterior al inicio del vertice por Ramaphosa, von der Leyen y Costa, de que la Unión Europea se dispone a dirigir hacia el Sudafrica inversiones adicionales por 750 millones de euros en sectores como energía, transporte, minerales críticos y producción farmacéutica, es una reacción a la amenaza estadounidense de cortar los auxilios que el Sudafrica recibe de Washington. Sin embargo, también puede verse como una respuesta a la presión que llega de Washington porque alguien (diferente de los chinos) sustituya a los Estados Unidos en un cuadrante del mundo en el que los intereses europeos parecen más directos y sustanciales que los americanos.

Líderes mundiales y símbolos de cooperación internacional y sostenibilidad.