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Gaza: The Final Act

The Israeli land offensive in Gaza City, described as genocide by the UN, seeks to control 40% of the territory. Israel rejects the accusations and justifies the war to stay in power. The humanitarian crisis in Gaza worsens with
Civilians flee amidst destroyed buildings and overcrowded refugee camps.

Israele ha lanciato un’offensiva di terra su Gaza City. Un rapporto delle Nazioni Unite accusa Israele di genocidio nella Striscia di Gaza. L’offensiva terrestre è iniziata alla mezzanotte del giorno in corso, con l’esercito israeliano che ha preso di mira Gaza City, la principale città della Striscia, dove centinaia di migliaia di civili sono ora in cerca di rifugio. Secondo l’esercito israeliano, tre delle cinque divisioni coinvolte nell’operazione ‘Carri di Gedeone II’ controllano già circa il 40% del territorio. Funzionari militari hanno dichiarato che le condizioni per l’occupazione della città sono state create e che l’operazione verrà estesa nei prossimi giorni e settimane, secondo il piano approvato dal governo di Benjamin Netanyahu con il sostegno degli Stati Uniti. Tuttavia, nemmeno i funzionari israeliani sanno quanto durerà la campagna militare, lanciata nonostante le ripetute obiezioni dei vertici delle forze armate.

Intanto, un team di esperti indipendenti incaricato dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha concluso che Israele sta commettendo un genocidio a Gaza. Il rapporto pubblicato invita la comunità internazionale ad agire per porre fine al genocidio in corso e ad adottare misure per punire i responsabili. La commissione ha dichiarato che “Israele è responsabile di genocidio a Gaza” e che “è chiaro che esiste l’intento di distruggere i palestinesi a Gaza attraverso atti che soddisfano i criteri stabiliti dalla Convenzione sul Genocidio”. Israele ha rifiutato di collaborare con la commissione, accusandola e il Consiglio per i diritti umani dell’ONU di antisemitismo. Il ministero degli Esteri israeliano ha respinto il rapporto, definendolo “falso e distorto”.

L’offensiva arriva dopo 22 mesi di guerra e bombardamenti incessanti che hanno provocato oltre 65.000 vittime palestinesi, un numero che si teme essere significativamente più alto. La situazione umanitaria e la carestia già in atto nella Striscia di Gaza rischiano di peggiorare ulteriormente. Tess Ingram, portavoce di Unicef, ha dichiarato che non esiste alcun rifugio sicuro per la popolazione sfollata. “È disumano aspettarsi che quasi mezzo milione di bambini, maltrattati e traumatizzati da oltre 700 giorni di conflitto incessante, fuggano da un inferno e finiscano in un altro”, ha affermato Ingram. Le persone sono costrette a scegliere tra restare in pericolo o fuggire in un luogo altrettanto pericoloso.

Testimonianze raccolte dalle principali agenzie di stampa raccontano che, quando si è capito che Israele aveva iniziato l’invasione, per le strade della città è scoppiato il panico. Da Ramallah, l’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) ha denunciato “il tentativo di trasformare Gaza City in una fossa comune” e ha chiesto un intervento internazionale urgente ed eccezionale per proteggere i civili. La diplomazia internazionale è stata definita un fallimento sospetto e ingiustificato.

Condanne contro l’escalation arrivano anche dallo Hostages and Missing Families Forum, che afferma che “questa potrebbe essere l’ultima notte in vita per gli ostaggi”. I parenti degli ostaggi israeliani ancora nelle mani di Hamas hanno organizzato una fiaccolata di protesta fuori dalla residenza di Netanyahu a Gerusalemme e hanno annunciato un sit-in permanente per denunciare quello che definiscono “un tradimento”. Molti dei prigionieri vivi, circa 22, si trovano a Gaza City e i loro familiari accusano il primo ministro di volerli sacrificare deliberatamente per considerazioni politiche, ignorando le valutazioni del Capo di Stato Maggiore e delle forze di sicurezza.

Netanyahu ha dichiarato di essere consapevole che Israele appare sempre più isolato sul piano internazionale e ha avvertito che, di fronte a possibili sanzioni, Israele punterà su ricerca e sviluppo e le industrie di produzione di armi su larga scala. “Diventeremo sia Atene che Sparta, forse persino una Super-Sparta”, ha dichiarato, usando l’offensiva come argomentazione per giustificare la sua assenza da lunghe o frequenti udienze in tribunale per il processo per corruzione. I suoi detrattori sostengono da tempo che abbia prolungato il conflitto per rinviare le elezioni, rimanere in carica e quindi preservare la sua immunità legale.

La rivendicazione di un progetto dai toni autarchici ha suscitato vibrate proteste in Israele. L’Israel Business Forum, che rappresenta le 200 più grandi aziende del Paese, ha avvertito il premier che le sue politiche stanno conducendo verso “un abisso politico, economico e sociale che metterà a repentaglio la nostra esistenza in Israele”. Il forum ha esortato Netanyahu a porre fine urgentemente alla guerra più lunga nella storia di Israele, promuovere il rilascio di tutti gli ostaggi, annunciare una commissione d’inchiesta statale riguardo all’attacco del 7 ottobre 2023 e stabilire una data per le elezioni nell’immediato futuro.

Anche il leader dell’opposizione Yair Lapid ha definito folle l’affermazione di Netanyahu secondo cui Israele deve adattarsi a un’economia di isolamento. In questo clima, la visita ufficiale del segretario di Stato Usa Marco Rubio, che ha promesso un sostegno “incrollabile” degli Stati Uniti a Israele, è passata quasi in secondo piano. Tuttavia, nell’ambito di quello che in Israele è visto come un sostanziale via libera di Washington all’invasione di Gaza, Donald Trump si è rivolto ai leader di Hamas affermando che “tutte le scommesse sono perse” e ha chiesto al gruppo di “liberare tutti gli ostaggi subito”. Hamas ha risposto che le dichiarazioni di Trump sono indice di “una palese parzialità nei confronti della propaganda sionista”, aggiungendo che il destino degli ostaggi a Gaza da questo momento è una completa responsabilità del governo di Netanyahu e che la distruzione di Gaza minaccia anche le loro vite.

L’isolamento regionale e internazionale, le continue proteste delle famiglie degli ostaggi e le divergenze con i vertici delle forze armate sull’opportunità dell’offensiva di terra a Gaza City, che metterebbe a rischio il rilascio degli israeliani ancora nelle mani di Hamas, non hanno fatto desistere il governo di Benjamin Netanyahu dal proseguire l’azione militare nella martoriata Striscia. Forte del sostegno di un’amministrazione statunitense dalla politica mediorientale ondivaga, il premier israeliano va avanti nel perseguimento di un obiettivo che appare irrealistico, incurante degli alti costi che tutto ciò avrà anche per il suo paese negli anni a venire.

La situazione a Gaza City

La città di Gaza è stata teatro di intense battaglie tra le forze israeliane e Hamas, con gravi conseguenze per la popolazione civile. Le continue proteste delle famiglie degli ostaggi e le divergenze con i vertici delle forze armate hanno reso ancora più difficile la situazione. Il governo di Benjamin Netanyahu sembra essere determinato a proseguire l’azione militare, nonostante le critiche internazionali.

Le conseguenze a lungo termine

Il perseguimento di un obiettivo irrealistico come quello di Benjamin Netanyahu potrebbe avere gravi conseguenze a lungo termine per l’Israele. La continua azione militare nella Striscia di Gaza potrebbe portare a un aumento della tensione regionale e a un peggioramento della situazione economica e sociale del paese. È importante che il governo di Benjamin Netanyahu consideri le conseguenze a lungo termine delle sue azioni e cerchi di trovare una soluzione pacifica alla crisi.

Israeli tanks and soldiers in controlled territory with UN reports.