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Can the COP adapt?

The COP must balance mitigation and adaptation to maintain the effectiveness of climate diplomacy. Adaptation has gained relevance but must be complemented with mitigation.
A balance scale with mitigation and adaptation sides.

Lo spostamento del baricentro verso l’adattamento rischia di “svuotare” di efficacia la diplomazia climatica, già provata da un frammentato contesto geopolitico. La Conferenza sul clima delle Nazioni Unite (COP) può essere suddivisa in due componenti essenziali: la mitigazione, che implica l’impegno degli Stati a ridurre le emissioni per limitare il cambiamento climatico, e l’adattamento, che riguarda l’adattamento delle infrastrutture e delle comunità più esposte per rispondere alla parte di cambiamento già avvenuto. Queste due componenti dovrebbero cooperare e essere complementari in un’unica strategia di risposta al rischio climatico globale. Tuttavia, sono inevitabilmente anche concorrenti, non solo in termini di risorse finanziarie, ma anche per l’attenzione mediatica e politica che riescono a catalizzare.

Negli ultimi anni, la crescente ricorrenza di eventi climatici estremi ha spinto l’adattamento al centro del dibattito internazionale. Tuttavia, il rischio di questo “slittamento” esiste e va tenuto in considerazione: soprattutto in periodi di scarsa fiducia, la priorità originaria della mitigazione, che è il cuore politico e simbolico del processo in seno alla COP, potrebbe rimanere nascosta dietro altri piani. La COP30 di Belém, situata in mezzo alla foresta amazzonica brasiliana, nasce in un contesto geopolitico estremamente difficile. Il sistema multilaterale appare oggi esautorato, logorato dalla frammentazione del potere globale, dal ritorno della competizione strategica tra poche grandi potenze e dal tentativo di un ritorno a blocchi stagni di influenza.

Il processo COP: un elemento di novità e unicità

Il suo elemento di novità e unicità risiede nello sforzo collettivo di riduzione dell’uso dei combustibili fossili. È l’unico contesto multilaterale in cui gli Stati si impegnano, almeno formalmente, a compiere sacrifici comuni per il bene collettivo della salvaguardia del clima. In mancanza o in attesa di questa componente essenziale, l’adattamento da solo rischia di trasformarsi in un segnale di rassegnazione. E la rassegnazione, nel lungo periodo, spegne anche le buone notizie: se l’adattamento diventa l’asse centrale e guadagna visibilità a scapito della mitigazione, se gli Stati accettano implicitamente l’idea che un aggravamento climatico sia inesorabile, anche le promesse di finanziamento dal Nord al Sud globale, incluse quelle stesse risorse destinate all’adattamento, rischiano di rimanere lettera morta.

La necessità di bilanciare la mitigazione e l’adattamento

Finanziare l’adattamento nei Paesi poveri senza tenere viva l’ambizione della mitigazione diventa una forma di carità, un fatto moralmente apprezzabile ma poco resistente alle turbolenze geopolitiche e destinato a rimanere, nella migliore delle ipotesi, episodico e a soffrire i grandi sbalzi d’umore delle opinioni pubbliche nazionali. La ragione è intuitiva: mentre la transizione energetica ha per sua natura effetti globali, e i soldi pubblici orientati a quelle voci di spesa sono in qualche modo giustificabili, le ricadute dell’adattamento sono per loro natura locali. Questo significa che sono facili da rivendicare dai governi locali che le mettono in atto, e ancora di più dai Paesi che ne beneficiano tramite finanziamenti o donazioni esterne, mentre risultano particolarmente onerose per eventuali Paesi donanti.

La scienza e la necessità di una strategia globale

La scienza ha già stabilito chiaramente che il budget di emissioni di anidride carbonica in atmosfera per mantenere il pianeta abitabile si sta esaurendo, e i Paesi in via di sviluppo dovranno fare tutto il possibile per non seguire la traiettoria di consumo di fossili dei Paesi già sviluppati. Questa asimmetria di fondo andrà ribilanciata tramite trasferimenti diretti, condivisione di tecnologia e buone pratiche, accordi di impegno differenziato che riflettano la responsabilità storica nelle emissioni presenti in atmosfera: sono proprio i delicati, intricati e complementari aspetti che compongono il negoziato COP.

Una COP che scegliesse di concentrare i propri sforzi quasi esclusivamente sull’adattamento rischierebbe di imboccare una scorciatoia politica, utile forse nel breve termine a mostrare risultati tangibili, ma priva di respiro strategico. L’adattamento è una risposta necessaria, ma non può diventare il fine ultimo del processo: la soluzione delle cause, almeno in questa sede, deve venire prima della gestione delle conseguenze.

Spostare il baricentro del negoziato sul piano difensivo, rinunciando alla dimensione trasformativa della transizione, significherebbe accettare implicitamente la sconfitta dell’ambizione climatica collettiva, aprendo la strada a un multilateralismo titubante, frammentato e opportunistico. Una COP che rinunciasse alla spinta propulsiva della riduzione delle emissioni non potrebbe durare a lungo: diventerebbe un rituale diplomatico svuotato, incapace di mobilitare consenso politico, fiducia o risorse.

La importancia de la mitigación

Solo mantenendo al centro la mitigazione, e dunque la prospettiva di una transizione energetica globale, la diplomazia climática può conservare la propria legittimità e la propria forza di attrazione. L’adattamento potrà allora trovare senso e stabilità non come ripiego, ma come parte integrante di una strategia complessiva di sicurezza climatica.

A fragmented globe with climate negotiation tables amidst geopolitical blocs.