
Taiwan gestisce un rapporto sempre più complesso con l’amministrazione Trump, fondamentale per la sicurezza dell’isola ma sempre più esigente sul piano economico. Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha rappresentato un rompicapo per molti paesi alleati degli Stati Uniti, ma per Taiwan il dilemma di come relazionarsi con la nuova amministrazione è stato particolarmente problematico. Questo dilemma si riassume nella ricerca di un difficile compromesso tra la dipendenza dal governo statunitense per la difesa e la necessità di soddisfare le onerose richieste politico-economiche provenienti da Washington.
Gli Stati Uniti, nonostante non intrattengano rapporti diplomatici formali con Taipei, ricoprono per Taiwan il ruolo di indispensabile garante della sicurezza contro un’eventuale aggressione da parte della Cina, che rivendica la propria sovranità sull’isola. Sebbene Taipei e Washington non siano legati da un formale trattato di alleanza e gli Stati Uniti perseguano una politica di ambiguità strategica, è opinione condivisa che in caso di attacco cinese non provocato le forze armate statunitensi intervengano a difesa dell’isola. Questo rende gli Stati Uniti un partner imprescindibile per Taiwan, ma allo stesso tempo un alleato la cui immagine di affidabilità è stata minata dalla disattenzione mostrata da Trump verso i propri impegni a livello globale.
L’agenda trumpiana dell’America First sembra relegare le alleanze internazionali degli Stati Uniti in una posizione fortemente subordinata rispetto alle esigenze interne di ricostruzione economico-industriale. Questo obiettivo è perseguito attraverso l’imposizione di pesanti dazi commerciali anche sui partner come Taiwan. Per Taiwan, Trump rappresenta non solo un rebus per la sicurezza, ma anche una sfida per l’economia e in particolare per le esportazioni.
Negli ultimi anni, il governo di Taipei ha compiuto numerosi sforzi per diminuire la propria dipendenza dal commercio con la Cina, incoraggiando le proprie aziende a scoprire nuovi mercati e a diversificare le catene di approvvigionamento. L’esito di questi sforzi è stata una netta diminuzione degli scambi con la Repubblica popolare e un corrispettivo aumento di quelli con gli Stati Uniti. Se per circa 20 anni la Cina ha assorbito il 40% dell’export taiwanese e gli Stati Uniti appena il 10-15%, negli ultimi due anni i numeri si sono molto avvicinati.
L’aumento dell’export verso gli Stati Uniti, oltre a diminuire la vulnerabilità economica e strategica nei confronti di Pechino, è anche merito del boom delle tecnologie digitali trainato dall’intelligenza artificiale, nelle quali le aziende taiwanesi sono leader. Tuttavia, questa dinamica ha portato a una crescita a dismisura del surplus commerciale con gli Stati Uniti, che nel 2024 è arrivato a toccare i $73,9 miliardi.
Economia e sicurezza sono questioni intimamente connesse nei rapporti tra Taiwan e Stati Uniti. A fronte del disavanzo commerciale, Trump ha usato parole poco rassicuranti nei confronti di Taiwan già durante la campagna elettorale dell’anno scorso. Non solo aveva detto che l’isola avesse «rubato» l’industria dei semiconduttori agli Stati Uniti, ma aveva anche suggerito che Taiwan dovesse pagare per la protezione offerta dalle forze armate statunitensi, legando implicitamente la continuazione del proprio impegno difensivo all’aumento del contributo taiwanese.
Le preoccupazioni suscitate da queste esternazioni riflettono un più ampio timore che Trump, pur di ottenere un accordo col presidente cinese Xi Jinping, sia disposto a sacrificare gli interessi di Taiwan. Durante le ultime settimane di negoziati commerciali tra i rappresentanti di Washington e Pechino, questo timore si è riacceso, riportando alla luce alcune angosce generate dall’approccio transazionale di Trump.
In occasione della visita ad alcuni stati latino-americani che intrattengono rapporti diplomatici con Taipei, programmata per agosto, il presidente taiwanese Lai Ching-te avrebbe dovuto compiere uno scalo a New York. Data la mancanza di rapporti diplomatici formali con Washington, gli scali in territorio statunitense sono un momento importante per i rapporti bilaterali perché offrono ai leader taiwanesi una circostanza unica per incontrare alcuni funzionari del governo locale o pronunciare discorsi emblematici dal forte significato politico.
Tuttavia, in considerazione delle possibili ritorsioni sui colloqui in corso coi negoziatori cinesi, Trump avrebbe negato al presidente taiwanese la possibilità di effettuare lo scalo. Questa decisione non sembra indicare un nuovo corso per l’amministrazione statunitense, che anche sotto Trump negli ultimi mesi ha dato prova in diverse occasioni di mantenersi vicina a Taiwan. Basti pensare alle dichiarazioni fatte dal presidente statunitense sulla necessità di preservare la pace e la stabilità nello stretto di Taiwan, alla decisione del Dipartimento di Stato di rivedere il linguaggio usato per descrivere la propria posizione riguardo l’isola, o al sostegno espresso per la partecipazione di Taipei in consessi internazionali.
Anche dal punto di vista militare la posizione degli Stati Uniti è inequivocabile: oltre all’invio di armi come droni e carri armati, Trump ha anche esortato il Congresso ad aumentare il sostegno per gli sforzi taiwanesi di espandere le proprie capacità di autodifesa e ha permesso ai propri ufficiali di contribuire alla preparazione militare delle forze armate dell’isola. La decisione di Trump di negare lo scalo a Lai indica piuttosto una diversa interpretazione dell’impegno degli Stati Uniti a fianco di Taiwan, trovandone la radice nei propri stessi interessi nazionali invece che in una questione di principio.
La dipendenza sicuritaria di Taiwan da Washington mette Taipei en una posición bastante sensible a la presión económica ejercida por Trump. A primera vista, los rapportos de fuerza parecen ser bastante desfavorables, pero la realidad es un poco más compleja. Cuando a abril la Casa Blanca anunció los llamados «dazos reciprocos» hacia el resto del mundo, Taiwan fue golpeada con un taso particularmente alto igual al 32%. La decisión fue percibida como inicua por una parte de la sociedad taiwanesa, también a causa del consistente apoyo que la economía de la isla ofrece a la bien más grande de los Estados Unidos.
Apenas un mes antes, TSMC, líder mundial en la fabricación de microchips avanzados, había anunciado un nuevo inversión en Arizona del valor de $100 mil millones con el objetivo de abrir nuevos impiantos productivos además de un centro de investigación y desarrollo. El inversión privada, junto con el compra de los buones del tesoro estadounidenses por parte del gobierno, fue visto como un compromiso concreto por parte de la isla a sostener el proyecto económico de Trump, que habría debido amorrar la posición de Washington hacia Taipei. Este compromiso fue hecho aún más significativo en consideración de los temores que había sollevado en patria, donde había paventado el espectro que Taiwan podría perder su primato tecnológico a nivel mundial en favor de los Estados Unidos.
Reacciones de los mercados internacionales
Estos temores se han ulteriormente acuitado en el curso de las últimas semanas, durante las cuales han surgido algunas indiscreciones sobre las peticiones avanzadas por Washington durante los negocios comerciales. Algunas fuentes han reportado que los Estados Unidos habrían pedido alrededor de $400 mil millones de inversión en el país, sobre la falsarida de cuanto concordado también con Japón y Corea del Sur. Esta versión parece avvalorada por las recientes afirmaciones de Trump según las cuales TSMC debería invertir bien $300 mil millones en Arizona, dejando presuponer que el presidente estadounidense intente llevar a los Estados Unidos una parte consistente de la producción de la empresa taiwanesa de microchips más avanzados.
Algunos señales indican que el negociado entre las dos partes esté procediendo sin intopos. A inicios de julio, cuando Trump ha allungado la suspensión de los dazos reciprocos, el gobierno de Taipei no ha sido incluido en la lista de los 14 países atencionados a los cuales ha llegado una carta veladamente intimidatoria firmada por Trump. También cuando a inicios de agosto los Estados Unidos han anunciado los dazos definitivos a aplicar a sus socios la semana siguiente, el dazio reciproco propuesto para Taiwan ha sido disminuido hasta el 20%, seño quizá que Trump estaría satisfecho del andar de los negocios pero que, dado el interés taiwanés a comprimir la cifra al menos hasta el 15%, Taipei debe hacer aún un último esfuerzo.
Posibles soluciones para Taipei
En fin de cuentas, los negociadores taiwaneses tienen muchas cartas a disposición para poder jugar para buscar un buen acuerdo en Washington. El compra de energía del Alaska es una de ellas, así como el compra de nuevos armamentos por un valor que podría acercarse o incluso superar los $10 mil millones. Menores márgenes de maniobra existen en cambio respecto a la importación de productos agrícolas y alimentarios de los Estados Unidos y respecto al intervento en el taso de cambio.
Sin embargo, la razón por la cual Taipei y Washington no han podido concluir un acuerdo es bastante simple y consiste en el hecho de que ambas partes están tomando tiempo. El verdadero nodo de los negocios no son los dazos reciprocos sino el sectorial sobre los microchips que Trump revelará a mitad de agosto una vez que esté completada la investigación de la Sección 232 sobre los productos relevantes para la seguridad nacional. Cerca de dos tercios de la exportación taiwanesa hacia los Estados Unidos está compuesta por semiconductores, servidores para la inteligencia artificial y otros productos electrónicos que caen dentro de la categoría objeto de investigación en Washington. Trump ha hecho entender de estar pensando en un dazio del 100% para estos productos, un importe que sería un golpe devastante para el sector.
Por lo tanto, a segundo de lo que se anuncie en los próximos días, el cuadro negociado podría cambiar significativamente para Taipei y cambiar también la presión sobre el gobierno de Lai para encontrar un acuerdo con Trump.
