
Negli ultimi anni, l’Asia orientale e meridionale ha visto lo sviluppo di ampi e diffusi movimenti di protesta, caratterizzati da un forte protagonismo della Generazione Z, nata tra il 1997 e il 2012. Questo protagonismo di una gioventù “digitale” è stato evidente già prima della pandemia di Covid-19, che, anziché frenarlo, lo ha rafforzato dopo un’iniziale battuta d’arresto. I movimenti di protesta hanno ripreso vigore appena le piazze, a lungo negate dall’emergenza sanitaria, si sono rese nuovamente disponibili.
Nel subcontinente indiano, negli ultimi tre anni, diversi governi sono caduti in seguito a proteste di piazza che chiedevano un cambiamento radicale. Una causa comune a queste proteste è stata la frustrazione per la corruzione dei politici e i privilegi autoconcessi. Ad esempio, in Sri Lanka, il movimento Aragalaya ha rovesciato la dinastia familiare dei Rajapaksa in soli cinque mesi. In Bangladesh, gli studenti hanno costretto la premier Shaikh Hasina a rifugiarsi in India in soli sei mesi. In Nepal, i giovani hanno rovesciato l’esecutivo del Primo ministro Khadga Prasad Sharma Oli in appena due giorni.
Accanto alla frustrazione e all’ostilità verso le élite al potere, emergono altri due fattori ricorrenti: il ricorso alla violenza e la mancanza di organizzazioni strutturate. In Nepal, la mancanza di organizzazioni strutturate è stata particolarmente evidente. Tuttavia, il movimento Aragalaya in Sri Lanka ha favorito la rinascita e il rafforzamento di un’organizzazione politica che ha rapidamente espresso una leadership. Questo ha portato a un cambiamento radicale alle urne, con la vittoria del partito National People’s Power (NPP), che ha ottenuto una schiacciante maggioranza in Parlamento. L’NPP ha iniziato a modificare la Costituzione per ridurre il potere presidenziale, decentrare il potere e migliorare la partecipazione politica.
In Asia meridionale, l’elemento comune iniziale – la rabbia contro le élite, proteste autorganizzate dal basso, partecipazione giovanile e violenza – si stempera nella capacità o meno di produrre un cambiamento che nasce da contesti violenti. Le proteste nonviolente hanno avuto meno successo rispetto ai movimenti nonviolenti del passato. In India e Pakistan, i movimenti di protesta hanno assunto forme più tradizionali e istituzionali, con la presenza di partiti politici storici. Tuttavia, queste proteste non sembrano aver influenzato le realtà degli altri tre Paesi dell’Asia meridionale.
In Thailandia e Indonesia, le proteste hanno caratteristiche comuni: indignazione di fondo, proteste prevalentemente pacifiche e mobilitazione attraverso social network e cellulari. In Thailandia, la protesta degli studenti ha delineato un programma politico condiviso: limitare il potere della Casa reale, riformare la Costituzione e cambiare le regole elettorali. In Indonesia, il movimento di protesta è legato ad agende politiche ben definite, come l’aumento del salario minimo e la riforma delle regole elettorali. Entrambi i movimenti hanno mostrato un tentativo di internazionalizzare le proprie rivendicazioni, sostenendo per esempio quelle di Hong Kong attraverso la Milk Tea Alliance.
Le proteste del Sudest asiatico sono più “politicamente mature” rispetto a quelle dell’Asia del Sud, con un ricorso alla violenza solo sporadico. Tuttavia, è importante considerare le presunte “provocazioni” denunciate da esponenti dei movimenti, che hanno attribuito alcuni episodi a infiltrazioni esterne.
Lo Sri Lanka ha dimostrato che un movimento dal basso, con un orientamento violento e massimalista, può trasformarsi in una svolta istituzionale pacifica. Il caso delle Filippine presenta una peculiarità, con grandi proteste di massa a Manila, ma con un ruolo di leadership assunto in molti casi dalla Iglesia ni Cristo. La manipolazione politica delle proteste è stata evidente nella lotta tra il presidente Ferdinand “Bongbong” Marcos Jr. e la vicepresidente Sara Duterte. Altrove, l’élite ha scelto la via di una durissima repressione della piazza, come in Indonesia, o quella giudiziaria con arresti e condanne pesanti, come in Thailandia.
Il Myanmar ha visto un vasto movimento di protesta pacifico dopo il golpe del 2021, che si è poi trasformato in lotta armata quando è apparso chiaro che i militari golpisti del Tatmadaw non avrebbero tollerato ingerenze civili. La Thailandia sembra il caso più interessante da osservare, con un movimento giovanile che ha risvegliato la coscienza politica di vasti strati della popolazione e trasformato la protesta in proposta politica istituzionale. Questo potrebbe portare a una possibile svolta alle elezioni nel 2026.
