
La postura internazionale della Casa Bianca trumpiana è caratterizzata da una notevole volatilità, riflettendo le logiche personali del presidente e le diverse correnti della sua variegata piattaforma politica. Durante un incontro-scontro di febbraio nello Studio Ovale, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha attaccato frontalmente l’omologo ucraino Volodymyr Zelensky, cacciato prima di firmare un accordo minerario. Nonostante questa apparente frattura, il rapporto Usa-Ucraina si è sanato e l’assistenza statunitense ha ricominciato a fluire dopo due interruzioni. Nell’ultimo incontro alla Casa Bianca, i toni erano decisamente più cordiali, con leader europei che hanno consigliato a Zelensky di puntare sulla levità e giocare sull’ego del presidente Usa. Questo approccio ha funzionato, evitando un temuto strappo con la Nato ed Europa, nonostante i tappeti rossi stesi da Trump per Vladimir Putin solo tre giorni prima in Alaska.
L’approccio trumpiano alla complessa situazione ucraina rimane ondivago, rendendo difficile capire con chiarezza la posizione di Washington. La seconda amministrazione Trump è nota per il suo stile “spontaneo” e a tratti improvvisato, complicando ulteriormente la lettura della sua politica estera. La presenza scenica e l’abilità di vendere una storia al pubblico sono tra i punti di forza del presidente, che ha una lunga carriera nella reality TV e ha passato decenni a confezionare storie per proprio tornaconto. Una sentenza giuridica recente ha confermato che Trump ha commesso falso in bilancio per ottenere prestiti favorevoli, anche se il giudice ha rigettato la richiesta di risarcimento da mezzo miliardo di dollari presentata dallo Stato di New York.
Una dinamica simile è emersa anche a giugno, dopo il bombardamento Usa dei tre principali siti nucleari iraniani a supporto dell’offensiva israeliana. Poche ore dopo, Trump ha sostenuto di aver “distrutto totalmente” il programma nucleare iraniano, nonostante la comunità di intelligence Usa e la stragrande maggioranza degli osservatori globali abbiano giunto a conclusioni differenti. Questo episodio evidenzia l’impulso del leader Usa di “vendere” una storia di successo al netto dei fatti. Il Pentagono ha licenziato il leader dell’agenzia di intelligence militare e due alti ufficiali a seguito del rapporto trapelato che aveva contraddetto la linea del presidente.
La discrepanza tra la retorica isolazionista di Trump e le azioni della Casa Bianca può essere letta attraverso la lente dell’ego del presidente. Trump invia più armi all’Ucraina non perché abbia scoperto una nuova dedizione per l’indipendenza di quel Paese, ma perché Putin lo stava facendo apparire male. Ha deciso che la Nato andava bene dopo che il segretario generale ha sommerso di lusinghe degne di un cortigiano medievale. È intervenuto in una guerra inutile in Medio Oriente perché far saltare le cose in aria faceva sembrare che fosse al comando, indipendentemente dai risultati.
L’approccio estero di Washington è legato a doppio filo agli impulsi del presidente-showman e il suo rapporto col suo pubblico, l’elettorato statunitense. A livello politico, le cinghie di trasmissione dei suoi desideri sono la presa saldissima che esercita sul Partito repubblicano, unita alle tattiche coercitive con cui costringe all’obbedienza chi osa andargli contro, e l’esercito di lealisti con cui ha popolato gli apparati istituzionali statunitensi.
La piattaforma politica di Trump è composta da tre anime principali: il mondo Maga (Make America Great Again), i tecno-libertari e i repubblicani vecchia maniera. Il mondo Maga è eterogeneo per visioni e obiettivi, annoverando conservatori religiosi, sia protestanti evangelici sia cattolici conservatori, tradizionali antifederalisti che si oppongono alle istituzioni federali con influenza culturale, e antiliberali che vedono in Trump l’occasione per attuare una rivoluzione reazionaria. Questo movimento ha sviluppato un proprio ecosistema, con think tank e intellettuali che articolano le proprie fondamenta intellettuali.
Un esempio lampante del pensiero Maga è stato l’editoriale apparso sulla newsletter Substack del Dipartimento di Stato Usa, intitolato “La necessità di alleati di civiltà in Europa”. In esso, l’autore reitera critiche già mosse da membri dell’amministrazione Trump accusando i governi europei di condurre “un’aggressiva campagna contro la civiltà occidentale stessa” in nome di un “progetto liberale globale” che sta “calpestando” la democrazia “insieme all’eredità dell’Occidente”. L’autore traccia un parallelismo con le vicissitudini giudiziarie di Trump, tratteggiando un quadro in cui le forze conservatrici sono sotto l’attacco diretto di una “classe dirigente decadente che ha paura del proprio popolo”. Dopodiché, l’autore minaccia implicitamente le capitali europee, suggerendo che se non dovessero cambiare corso, Washington potrebbe passare all’offensiva.
Le critiche dell’amministrazione Trump sulla “censura” operata da leggi e tasse europee sul digitale giocano su un doppio binario: uno ideologico, uno molto più pratico. C’è una netta convergenza tra le critiche dal sapore libertario e gli interessi anti-regolatori di Silicon Valley. L’amministrazione Trump ha abbracciato il mantra della deregolamentazione in ambo i settori, al fine di abbattere le “barriere all’innovazione” e consolidare la leadership statunitense, lasciando il campo libero alle aziende tech. Lo stesso sforzo è rivolto anche all’esterno degli Usa. Elon Musk è intervenuto direttamente nella politica e nelle elezioni del Vecchio continente a favore degli “alleati” e ha criticato pesantemente sia le leggi Ue sul digitale, sia le stesse istituzioni Ue. Lo stesso vale per le piattaforme di Mark Zuckerberg, entrato a pieno titolo nell’orbita trumpiana dopo anni nel mirino di Trump con l’accusa di aver censurato le voci conservatrici.
Negli ultimi mesi l’amministrazione Trump ha fatto crollare il progetto della tassa minima globale per le multinazionali, forzato Paesi come Canada, India e Nuova Zelanda ad abbandonare le proprie tasse sul digitale e convinto l’Ue, come parte dei negoziati per l’accordo sui dazi, a lasciar perdere il progetto di una tassa sull’uso delle reti che avrebbe colpito i giganti della distribuzione dei contenuti online. Dal canto suo, Bruxelles si è battuta per tener fuori le sue leggi su mercati e servizi digitali da quella trattativa, colme di irritanti per le grandi aziende Usa; ma Washington non sembra affatto intenzionata a lasciar perdere. A febbraio Trump ha emesso un memorandum minacciando di ritorsioni contro i Paesi che impongono tasse sui servizi digitali o multe alle aziende tech statunitensi. A marzo, Brendan Carr, nomina trumpiana alla guida della Commissione federale delle comunicazioni Usa, ha criticato le “minacce alla libertà di parola” poste dal Digital Services Act europeo.
Il Dipartimento di Stato ha enunciato la condanna di “migliaia di persone” in Ue per aver criticato i propri governi. La Casa Bianca starebbe pensando di sanzionare i funzionari europei responsabili dell’attuazione delle leggi. Trump ha minacciato esplicitamente di imporre dazi e restrizioni ai Paesi con legislazioni “progettate per danneggiare o discriminare la tecnologia americana”.
L’effetto-Trump sul partito è stato dirompente. Prima che si insediasse per la seconda volta, i repubblicani hanno contribuito ad ancorare più solidamente Washington alla Nato, approvando una legge per cui il presidente deve essere autorizzato dal Congresso per uscire dall’Alleanza. I parlamentari del Gop fungono ancora da ancoraggio per gli alleati esteri.
Tuttavia, il sostegno al libero mercato e la leadership globale di Washington, tratti fondamentali del Partito repubblicano, sono stati messi in discussione. In un’epoca di riallineamento sull’asse trumpiano, avverso a quei valori, i tradizionalisti hanno difficoltà a esprimersi liberamente, perché temono di essere sfidati da candidati Maga nelle primarie e perdere sostegno elettorale.
Potrebbero ritrovare vigore quando l’economia reagirà in maniera inequivocabile alla politica commerciale di Trump. Ma per ora, e almeno fino alle elezioni di metà mandato nel 2026, sembra irrealistico aspettarsi che possano influire in maniera conclusiva sull’operato di Washington nel mondo.
