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Asia Orientale: Infrastrutture digitali sotto pressione

Taiwán e Giappone rafforzano la difesa dei loro cavi sottomarini di fronte all'interferenza cinese costante. Gli incidenti recenti, come il danno al cavo Taiwan-Penghu No. 3, hanno generato tensioni. Taiwán accusa navi cinesi di tagliare intenzionalmente i suoi cavi
Le mappe e i diagrammi che illustrano le rotte e le danni dei cavi sottomarini a livello globale.

I danni ripetuti, le tecnologie ‘dual-use’ e i piani di difesa avanzati stanno trasformando i fondali marini in un elemento cruciale del confronto strategico nella regione. Taiwan e Giappone stanno rafforzando la difesa dei cavi sottomarini contro l’ingerenza cinese. Il 12 giugno 2025, un tribunale taiwanese ha condannato il comandante cinese della nave Hong Tai 58 a tre anni di reclusione per aver danneggiato intenzionalmente un cavo sottomarino che collega Taiwan alle isole Penghu. Questo verdetto rappresenta un precedente significativo, essendo la prima condanna per lesioni volontarie a un’infrastruttura di comunicazione sottomarina a Taiwan. L’incidente, avvenuto a febbraio, ha visto la nave, battente bandiera del Togo ma con equipaggio cinese, calare l’ancora in una zona vietata e trascinarla fino a tranciare il cavo Taiwan-Penghu No. 3. Il danno ha causato all’operatore Chunghwa Telecom costi di riparazione per oltre mezzo milione di dollari. Da Pechino hanno risposto sostenendo che si è trattato di un “normale incidente marittimo”, ma per le autorità di Taipei questo episodio fa parte di una strategia di interferenza cinese per mettere sotto pressione il sistema di telecomunicazioni dell’isola.

Il crescente numero di lesioni ai cavi sembra confermare i sospetti di Taiwan

A gennaio, le autorità locali avevano accusato la nave Xingshun 39, con bandiera della Tanzania ma appartenente a una società cinese, di aver reciso un’altra importante arteria sottomarina, la Trans Pacific Express. Secondo un’inchiesta di Reuters, 96 imbarcazioni legate alla Repubblica Popolare Cinese sono state inserite nella lista nera dal governo di Taiwan, che sta monitorando altre 400. Questo numero è aumentato significativamente negli ultimi mesi. Navi da carico con i transponders spenti per evitare il tracciamento, pescherecci che si spingono in zone interdette, imbarcazioni da ricerca che mappano le rotte delle arterie in fibra ottica, àncore calate distrattamente sopra infrastrutture sottomarine, e vascelli che cambiano continuamente nomi e proprietari sono ormai parte delle cronache di un’area dove l’ingerenza cinese si è intensificata, proiettando un monito sull’intera scena marittima internazionale.

L’area di Taiwan è uno snodo chiave delle telecomunicazioni regionali e globali

Nello Stretto passano in totale 24 cavi, di cui 10 domestici e 14 internazionali, che collegano l’arcipelago alle dorsali sottomarine dirette verso Giappone, Corea del Sud, Hong Kong, Singapore, Filippine e ai corridoi transpacifici per gli Stati Uniti. Una quota rilevante del traffico dati tra Asia e Pacifico attraversa o passa vicino allo spazio marittimo di Taiwan, rendendo strategica la continuità operativa dei suoi cavi anche per le connessioni al di fuori dell’isola. La combinazione tra la rilevanza strategica dei cavi e le tensioni geopolitiche ha fatto di questo quadrante uno dei centri cruciali delle politiche di sicurezza digitale globale. Il timore consolidato è che dietro ai danneggiamenti ci sia la regia di Pechino, che li utilizza sia come strumento di pressione sia per mappare le vulnerabilità del sistema di telecomunicazioni. Ogni episodio fornisce indicazioni su procedure di monitoraggio, mezzi impiegati, capacità di reazione e velocità nel dirottare i flussi di dati su altre dorsali sottomarine o via satellite. Tutte informazioni preziose anche per la pianificazione di un eventuale attacco militare su vasta scala.

Di fronte a questo scenario, ha destato profonda preoccupazione la notizia rivelata nel marzo 2025 dal South China Morning Post

Secondo cui Pechino avrebbe sviluppato un potente dispositivo in grado di tranciare cavi sottomarini, anche quelli ricoperti da guaine più protettive, fino a 4.000 metri di profondità. Progettato dal Centro di ricerca scientifica navale cinese (CSSRC) e destinato a equipaggiare sommergibili con o senza equipaggio, è stato presentato come uno strumento per il recupero di relitti e per l’estrazione mineraria subacquea, ma il potenziale dual-use è risultato subito evidente. Le rivelazioni sul dispositivo tagliacavi hanno fatto scattare l’allarme in varie capitali asiatiche, in particolare a Taipei e Tokyo, su un’escalation della minaccia cinese.

Taiwan si è già attivata con contromisure normative e tecniche

Dal 2024, il Ministero degli Affari digitali (MODA) ha formalmente inserito un primo elenco di cavi sottomarini in un programma di protezione speciale, elevandoli a infrastrutture critiche nazionali. Questo inquadramento ha due effetti pratici: da un lato sblocca finanziamenti dedicati a un monitoraggio più pervasivo e accelera gli interventi di ripristino in caso di malfunzionamenti, dall’altro consente misure di deterrenza più incisive sul traffico navale e sulle manovre in prossimità dei cavi. Il governo ha inoltre inasprito i controlli sulle imbarcazioni con bandiere di comodo e su quelle che mostrano anomalie nella navigazione (transponders spenti o sospette variazioni di rotta), prevedendo la facoltà di abbordaggio entro la zona contigua delle 24 miglia dalla costa.

Sul piano tecnologico, la novità più rilevante è stata il lancio del Submarine Cable Automatic Warning System (SAWS)

Reso operativo a pieno regime nel corso del 2024 su diverse tratte. Tra le varie funzioni, il SAWS prevede sensori posizionati in prossimità delle rotte dei cavi, un sistema di allerta immediata in caso di accesso di imbarcazioni in zone vietate e protocolli di ingaggio più severi della Guardia costiera, che ha anche intensificato le esercitazioni congiunte con la Marina militare. Il risultato principale è stato il raggiungimento di un livello molto elevato di “situational awareness”, condivisa con operatori di rete e società private, che sta trasformando la difesa taiwanese dei cavi da reattiva a proattiva.

A meno di cento miglia nautiche dalle coste di Taiwan, anche il Giappone sente la morsa della posizione sempre più assertiva della Cina. Il Paese del Sole Levante è un altro snodo strategico del flusso regionale e globale di dati: ospita più di 20 stazioni di atterraggio di cavi e nelle sue acque passano oltre 30 dorsali in fibra ottica che si diramano verso gli Stati Uniti, l’Australia, la Corea del Sud, la Russia, il Sud-est asiatico e il Mediterraneo. Dopo un periodo di scarsa attenzione, durante il quale le infrastrutture di telecomunicazione sottomarine raramente comparivano nei documenti strategici nazionali, il governo ha di recente sviluppato una politica di sovranità industriale per proteggere le proprie comunicazioni. Così come Taipei, anche Tokyo ha promosso i cavi al rango di infrastrutture critiche, inserendoli nelle linee guida di politica economica e fiscale (le Honebuto no hoshin approvate a giugno 2025), mentre il Ministero dell’Economia, Industria e Commercio li ha inclusi nel piano d’azione sul “potenziamento della base industriale e tecnologica per la sicurezza economica”.

La politica di sovranità industriale del Giappone

L’approccio del governo giapponese si articola in due direttrici: da un lato sviluppare una capacità autonoma nella posa e manutenzione dei cavi e dall’altro ridurre al minimo la presenza di tecnologie cinesi lungo la filiera produttiva. Un primo passo concreto riguarda il rafforzamento di NEC Corporation, il campione industriale giapponese nel settore dei cavi sottomarini. Pur occupando la terza posizione nella classifica globale delle aziende che realizzano cavi, dopo la francese ASN e l’americana SubCom, e collocandosi subito prima della cinese HMN Tech, NEC non possiede una propria flotta di navi posacavi. Un limite operativo che il governo giapponese intende colmare con un piano di sussidi pubblici, anticipato a settembre scorso, per cofinanziare al 50% l’acquisto di nuove imbarcazioni. Parallelamente, Tokyo ha avviato la revisione dell’intera supply chain dei cavi: entro marzo 2026 verrà attuata una verifica su tutti i fornitori giapponesi coinvolti nella costruzione, posa e manutenzione dei cavi per appurare l’eventuale uso di componenti cinesi. In caso positivo, le aziende verranno incoraggiate, anche con possibili finanziamenti ad hoc, a sostituirli con tecnologie nazionali o di Paesi affidabili.

La convergenza di Taiwan e Giappone

Taiwan e Giappone seguono dunque due approcci diversi, più orientato alla difesa proattiva quello di Taipei e più incentrato sull’autonomia industriale quello di Tokyo, ma entrambi i Paesi condividono le stesse inquietudini che risuonano da Washington fino a Bruxelles sulla vulnerabilità delle arterie digitali e sulla necessità di alzare il livello di attenzione per garantire la loro sicurezza.

Le navi navali cinesi e i sistemi di difesa nelle aree monitorate.