
Il dispiegamento militare statunitense nel Mar dei Caraibi, ufficialmente motivato da operazioni antidroga, suggerisce obiettivi più ampi e strategici. La presenza della portaerei nucleare Gerald Ford, lunga 337 metri e larga 78 metri, rappresenta una dimostrazione di forza significativa. La nave, capace di trasportare fino a 90 caccia e droni oltre a 4.500 marines, è il fiore all’occhiello della marina militare statunitense. Questo colosso, costato 13 miliardi di dollari, si affianca a una decina di altre imbarcazioni, formando il più grande contingente militare americano attualmente dispiegato. La missione dichiarata mira a contrastare il traffico di droga con origine in Venezuela, dove sono state distrutte diverse imbarcazioni con a bordo oltre 70 individui. Tuttavia, la Casa Bianca non ha fornito prove concrete, limitandosi a mostrare video dei missili che colpiscono i bersagli.
Il dispiegamento di forze è spropositato rispetto alla natura dichiarata dell’operazione, sollevando dubbi sulle reali motivazioni. A Caracas, Nicolás Maduro parla di prove tecniche di invasione e mobilita esercito e milizia bolivariana. Funzionari del regime, come il potente ministro degli Interni Diosdado Cabello, evocano un possibile stato marziale con l’interruzione delle telecomunicazioni a livello nazionale. La tensione è alta, con il regime venezuelano pronto a difendere la rivoluzione contro un presunto attacco imperialista.
Un diplomatico statunitense ha spiegato che lo scenario di un’invasione non è realistico, data la mancanza di uomini necessari. Nei Caraibi sono disponibili tra 8.000 e 10.000 unità, mentre per invadere una nazione grande come il Venezuela ne servirebbero almeno 30.000. Tuttavia, le forze in campo non sembrano quelle di un’operazione antidroga, nonostante l’estensione dell’operazione.
Un mese fa, l’ex presidente Trump ha parlato di simulazioni della CIA su possibili operazioni in territorio venezuelano, una dichiarazione insolita che ha suscitato ulteriori interrogativi. Analizzando i numeri del traffico di droga verso gli USA, è chiaro che il Venezuela non è il principale responsabile, contribuendo meno del 5% della cocaina e praticamente nessun carico di droghe sintetiche come il fentanyl.
L’ipotesi di un cambio di regime a Caracas è sul tavolo. Trump considera Maduro un fiancheggiatore dei cartelli della droga e un elemento destabilizzatore degli interessi statunitensi in America Latina. La pressione migratoria, con un quarto della popolazione venezuelana che ha lasciato il Paese negli ultimi dieci anni, è un altro fattore cruciale. La questione dei diritti democratici è altrettanto importante, con Maduro accusato di aver imbrogliato le elezioni e di non rispettare la volontà del popolo venezuelano.
L’operazione antidroga nel Mar dei Caraibi potrebbe essere un banco di prova per esportare questo modello in altre zone. Le navi statunitensi hanno già attaccato imbarcazioni nell’Oceano Pacifico, a circa 400 miglia marittime dalla costa messicana di Acapulco. La stragrande maggioranza della cocaina prodotta in Colombia, diretta verso gli USA, passa via Pacifico. Le droghe sintetiche, prodotte principalmente in Messico, potrebbero essere bloccate esportando il modello operativo testato al largo del Venezuela.
La guerra a Caracas sembra correre sul filo della pressione psicologica, mostrando i muscoli per intimorire il regime e cercando di spezzare la fedeltà della casta militare a Maduro. Le speculazioni sui possibili piani di fuga del presidente e le offerte di mediazione da parte di vari paesi aggiungono ulteriore complessità alla situazione. Gli alleati di Maduro, come Cina, Russia e Iran, osservano con attenzione gli sviluppi, mentre in Sudamerica cresce la preoccupazione, soprattutto tra i governi non apertamente ostili al governo venezuelano.
Il chavismo governa da 26 anni, e la fine di un regime non è mai semplice. Ogni movimento interno o esterno va analizzato con cautela. Gli Stati Uniti potrebbero decidere di bombardare presunte basi di narcotrafficanti in territorio venezuelano. La difesa anti-area di Caracas non è in grado di rispondere ai missili Tomahawk con gittata di 1.600 chilometri. Tuttavia, se Maduro decidesse di resistere a oltranza, non resterebbe che la strada dell’invasione terrestre, uno scenario che il Congresso americano non approverebbe e che potrebbe rivelarsi molto pericoloso per un presidente che ha promesso di far cessare le guerre nel mondo e far tornare a casa i propri soldati.
La partita di nervi e complotti potrebbe proseguire per molto tempo ancora, considerando l’imprevedibilità di Trump e la tenacia di Maduro.
