
En Gerusalemme, la vita quotidiana è interrotta da un “strana guerra” dove la paura divide nuovamente Est e Ovest. La città vive in un presente sospeso tra allarmi notturni e il ricordo delle trincee passate. Il sistema di protezione del fronte interno è sofisticato: il primo avviso viene dato su ogni telefono cellulare in tutto il paese, segnando l’inizio di un’allerta. Missili sono partiti dal territorio iraniano. Pochi minuti più tardi, una volta individuata la direzione degli ordigni, scattano le sirene del vero allarme, un suono sinistro che ordina di correre nei rifugi o nelle stanze blindate, chiamate “mamad”, acronimo ebraico di “Spazio protetto residenziale”. Negli edifici più moderni, il mamad è presente in ogni piano, a volte in ogni appartamento. Le sirene suonano solo nelle aree che stanno per essere colpite. Pertanto, l’altra notte, a Gerusalemme è stata data solo l’allerta telefonica, senza l’allarme delle sirene. Secondo i calcoli dell’Home Front, la città sarebbe stata risparmiata dalle due ondate di missili iraniani, che invece hanno provocato morti e distruzioni a Bat Yam, a sud di Tel Aviv, e a Haifa, a nord.
L’avviso telefonico non permette comunque di tornare a dormire serenamente. La notte precedente, le sirene avevano suonato e il cielo buio sopra Gerusalemme era stato illuminato da una battaglia di missili e razzi anti-missile. Tuttavia, Gerusalemme non è considerata la prima linea di questa guerra, come Tel Aviv. La ragione è che Gerusalemme è divisa in due città: quella ebraica a Ovest e quella palestinese a Est, separate da una frontiera non segnalata ma concreta e profonda. Fino a quando è stato possibile, sia Hamas da Gaza che Hezbollah dal Libano hanno cercato di evitare di colpire Gerusalemme per non danneggiare la popolazione palestinese e i luoghi santi dell’Islam. Ora, anche gli iraniani seguono questa prassi. Tuttavia, non si tratta di una regola fisica, ma di una scelta strategica. Gli ebrei dovrebbero essere riconoscenti ai loro concittadini arabi per questo, ma tale riconoscenza è insufficiente per attenuare l’odio reciproco. Costretti alla convivenza, il massimo sforzo che possono fare è ignorarsi.
Il tempo che a Tel Aviv è speso in spiaggia, i gerosolimitani lo passano a pregare in sinagoga, moschea e chiesa. Vivere in mezzo a loro è interessante ma non del tutto salutare. Guardare a questa nuova guerra da Gerusalemme è insolito: non sei al fronte ma un po’ sì; i missili non arrivano ma qualcuno cade; c’è l’odio, componente essenziale di ogni belligeranza. Qui, la guerra è fra due popoli nemici per un’altra contesa. Ma i conflitti sono ormai così tanti e interconnessi – Gaza, Libano, Siria, ora Iran, sicurezza d’Israele, causa palestinese – che si sovrappongono. I francesi chiamavano “Drôle de guerre” i primi mesi della Seconda Guerra mondiale, in attesa dell’attacco nazista. Anche questa a Gerusalemme è una strana guerra. Da che è iniziata, le due comunità, insofferenti l’una verso l’altra, stanno vivendo allo stesso modo, provando le stesse incertezze sul futuro. Forse per la prima volta dai tempi degli assedi medievali, le autorità hanno chiuso la città vecchia. Gli ingressi che ancora conservano le grandi porte antiche sono stati sbarrati; negli altri, la polizia fa entrare solo chi dimostra di abitare dentro la città murata.
Situazione nelle strade principali
A Salah ed-Din e Jaffa, le strade principali della città palestinese e di quella ebraica, c’è lo stesso numero di negozi chiusi e aperti; la scarsissima presenza di passanti e compratori; lo stesso anomalo silenzio in due strade di solito caotiche. Dove Salah ed-Din si confonde con Nablus Road, bisognava attendere a lungo davanti al piccolo banco della migliore shawarma di Palestina, quanto meno di Gerusalemme. Ieri è stato rapido farsi servire. Nell’altra città, al mercato ebraico di Mahane Yehuda, in fondo a Jaffa, Oz non ha neanche aperto la sua pregiata pescheria. Il figlio Tomer, braccio destro al banco e soldato riservista, è stato di nuovo richiamato. Questi sono segnali di una quotidianità interrotta, sostituita dalla paura degli abitanti e dall’incertezza di non sapere cosa potrà accadere questa notte.
Sono bastati due giorni di guerra per capire che nemmeno l’avanzato sistema anti-missile israeliano è del tutto impenetrabile. Se gli iraniani lanciano contemporaneamente centinaia di missili, qualcuno fatalmente riesce a passare. Quindi anche Gerusalemme, sia Est che Ovest, può finire in prima linea. È tuttavia una paura composta. Di questi momenti di pericolo, la città ha una consuetudine storica: prima le guerre arabo-israeliane, poi la prima e la seconda Intifada palestinesi. Una volta si scavavano le trincee nelle piazze. E ora il nuovo venuto, l’Iran, che in realtà è un convitato di pietra: finché c’era lo Scià, sosteneva le guerre d’Israele; da quando sono al potere gli ayatollah, ha sempre sostenuto i nemici dello stato ebraico. È difficile trovare qualcosa di veramente nuovo fra le cose che accadono a Gerusalemme.
Ieri pomeriggio è scattato ancora l’allarme sui cellulari, poi hanno suonato le sirene. Da qualche parte, i missili anti-missile sono entrati in azione. La migliore sintesi di questa giornata che si ripeterà domani e poi ancora, è di un vecchio amico nato nel ghetto di Roma ed emigrato a Gerusalemme molto tempo fa: “È a guera”.
