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Chile, vittoria di Kast: cambiamento o giro reazionario?

Il candidato conservatore Jos Antonio Kast vince le elezioni presidenziali in Cile con un ampio margine, portando l'estrema destra al potere. Non si è distaccato dal passato autoritario e è stato sostenuto da tutte le destre. La vittoria pone
Il grafico mostra la leadership del candidato conservatore nei risultati delle elezioni chilene.

Il candidato conservatore ha vinto le elezioni presidenziali con un ampio margine, riportando l’estrema destra al potere dopo una campagna elettorale focalizzata su sicurezza, neoliberismo e continuità simbolica con il passato autoritario. L’esponente repubblicano, sostenuto da tutte le destre del paese, ha sconfitto la candidata comunista del blocco progressista nel secondo turno delle elezioni presidenziali cilene. Con una differenza di circa 16 punti percentuali, il candidato conservatore ha ottenuto il 58,1% dei voti contro il 41,8% della sua avversaria, diventando il primo presidente del Cile dal ritorno della democrazia nel 1990 a raggiungere il palazzo de La Moneda senza prendere le distanze dal dittatore Augusto Pinochet. Anzi, ha sostenuto la continuità del regime nel plebiscito del 1988 tra dittatura e democrazia.

La vittoria ha sollevato interrogativi su quale versione dell’estrema destra rappresenterà nei prossimi quattro anni: se più simile a quella europea di matrice italiana o francese, o più vicina a quella sudamericana, incarnata dall’Argentina di Milei o dalla famiglia Bolsonaro in Brasile. Nonostante queste incognite, i riti della democrazia cilena sono stati rispettati: il vincitore ha avuto un colloquio cordiale con il presidente uscente la stessa notte elettorale, con la previsione di un incontro per il passaggio di consegne il giorno successivo. La vittoria è stata immediatamente riconosciuta dall’avversaria, e il neo-presidente ha mantenuto un tono moderato nel suo primo discorso.

Al primo turno, un mese prima, con le destre divise, il candidato conservatore era arrivato secondo dopo la candidata comunista. Tuttavia, nel secondo turno, ha vinto a mani basse, sommando i voti della destra storica, dell’ultraconservatore libertario e di una parte del Partito de la Gente, il cui elettorato non ha seguito le indicazioni del leader di votare nullo o bianco, dividendosi invece tra i due candidati. Il candidato conservatore è così diventato il presidente più votato nella storia del Cile, vincitore in tutte le regioni del paese, con 7,2 milioni di voti, circa due milioni in più rispetto alla sua avversaria, anche grazie all’obbligatorietà del voto introdotta solo tre anni fa.

Il candidato conservatore, avvocato di 59 anni, padre di nove figli e figlio di migranti tedeschi con il padre affiliato al partito nazista e un fratello ministro di Pinochet, aveva già tentato di diventare presidente in altre due occasioni, nel 2017 e nel 2021, perdendo al ballottaggio contro l’attuale presidente. Dopo essere stato deputato della conservatrice Unión Demócrata Independiente, nel 2019 aveva fondato il Partito Repubblicano, che è cresciuto significativamente nelle elezioni legislative celebrate un mese fa, assieme al primo turno delle presidenziali. La sua campagna elettorale si è concentrata su ordine e sicurezza, rispondendo alla preoccupazione dei cileni per la crescita della delinquenza e dell’immigrazione irregolare, costringendo anche la sua avversaria a misurarsi su questi temi. Gli omicidi in Cile sono aumentati negli ultimi dieci anni, anche se la percentuale rimane inferiore alla maggioranza dei paesi latino-americani, ma la percezione dei cileni è di una forte insicurezza sociale.

Il candidato conservatore ha evitato di esporre posizioni sui diritti civili come l’aborto e di riferirsi in termini positivi alla dittatura di Pinochet, come aveva fatto in passato. Non ha spiegato dettagliatamente come intenda applicare una politica neoliberista, pur annunciandola. Ha condensato il suo programma in un “Gobierno de emergencia”, promettendo di mettersi subito all’opera. Di fronte a questo scenario, la candidata comunista ha chiamato all’unità del blocco progressista e a mantenere viva la coalizione da lei guidata.

Molti osservatori interpretano la sconfitta delle sinistre come un messaggio degli elettori al governo uscente, deluso per un cambiamento rimasto a metà. In Cile, dove il presidente in carica non può ripresentarsi immediatamente per un secondo mandato, funziona il cosiddetto “péndulo”, che storicamente ha portato a una perfetta alternanza al potere tra i blocchi conservatore e progressista. La candidata comunista, ministra del Lavoro nel governo uscente, ha superato non poche resistenze, realizzando importanti riforme delle pensioni, della riduzione dell’orario di lavoro e dell’aumento del salario minimo negli ultimi quattro anni.

Tuttavia, il Cile non può più essere letto attraverso il voto del plebiscito del 1988 che anticipò la fine della dittatura, ma piuttosto riferendosi all’antinomia “apruebo” e “rechazo” che ha suggellato la fine del processo costituente, respingendo il nuovo progetto di riforma costituzionale frutto dell’estallido social con il 62% dei voti, appena sei mesi dopo l’insediamento della presidenza uscente. Il candidato conservatore, legato all’internazionale dell’estrema destra che opera in Europa e nel continente americano, ha ricevuto il plauso dei suoi colleghi e affini di ideologia. Con la sua vittoria, il governo del Cile entra a far parte dell’ondata reazionaria che sta crescendo nel mondo e in America Latina.

Tavole di voto divise e ideologie contrapposte in mostra.