
L’Europa, nonostante le numerose ricette proposte, continua a essere ostacolata da problemi strutturali che frenano la crescita. La ripartenza economica dell’Europa richiede un rilancio coordinato dell’investimento pubblico e privato. Un anno dopo il suo lancio, il Rapporto Draghi, insieme a quello di Letta che lo ha preceduto, rimane al centro del dibattito. Questi rapporti hanno il merito di evidenziare come il divario tra l’Europa e i suoi competitor, Stati Uniti e Cina, sia strutturale, individuando nel rilancio della produttività la chiave per la crescita. Tuttavia, entrambi i rapporti mostrano una forte convinzione che la ripartenza passi inevitabilmente attraverso l’adozione del modello di sviluppo statunitense, basato sulla triade di mercato unico, deregolamentazione e Stato imprenditore. Sebbene i rapporti facciano spesso riferimento alla necessità di salvare il modello sociale europeo, questo sembra essere considerato un vincolo piuttosto che un asset su cui costruire un modello di sviluppo più equo e stabile.
I rapporti sottolineano la necessità di mobilitare l’ingente massa di risparmi europei per finanziare l’investimento, evidenziando le esternalità e le possibili economie di scala da sfruttare con il completamento del Mercato unico e con politiche industriali su scala europea. Tuttavia, nonostante la loro importanza, i rapporti sono stati tanto citati quanto disattesi. Un anno dopo la loro presentazione, i progressi sono limitati. Lo European Policy Innovation Council (EPIC) ha avviato un monitoraggio sullo stato di avanzamento delle proposte del Rapporto Draghi e ha certificato che solo l’11,2% delle 383 raccomandazioni sono state attuate, mentre la percentuale sale al 30% se si includono le raccomandazioni parzialmente attuate.
La responsabilità per questi ritardi è in parte della Commissione Europea, che non esercita come dovrebbe il suo dovere di iniziativa, e soprattutto degli Stati membri, divisi e riluttanti a uscire dal seminato. L’unica azione congiunta di un certo rilievo nell’ultimo anno è stata nel settore della difesa. Tuttavia, un rilancio degli investimenti e un programma di debito comune, in assenza di una politica industriale più organica, rischiano di aumentare le vendite delle imprese statunitensi. I grandi cantieri che potrebbero trasformare l’Unione europea non mostrano nessun progresso.
L’Unione dei mercati dei capitali rimane solo un progetto, lasciando i mercati dei capitali europei frammentati e poco liquidi. Lo stesso destino tocca al famoso 28° regime di diritto societario, bloccato dai veti di molti Paesi. Inoltre, tra le raccomandazioni del Rapporto Draghi figurava un incremento degli investimenti (pubblici e privati) di 800 miliardi l’anno, da realizzare anche attraverso l’istituzione di una capacità di indebitamento comune, una proposta di cui si sono completamente perse le tracce.
Le divisioni tra i Paesi europei zavorrano il progetto europeo almeno dalla crisi del 2010 e sono la ragione principale per cui l’Europa è paralizzata sui grandi temi come il debito comune, il Mercato unico, l’energia e la transizione ecologica. L’egoismo nazionale e l’incapacità di proiettarsi oltre l’orizzonte immediato si sono manifestati chiaramente nell’accordo di Turnberry tra von der Leyen e Trump, in cui gli Stati Uniti hanno estorto concessioni significative in cambio di un limite all’aumento dei dazi per le imprese. Tra gli impegni presi dall’Europa ci sono investimenti europei aggiuntivi, per 600 miliardi, da effettuare negli Stati Uniti. In pratica, l’Unione europea perpetua e amplifica uno dei principali problemi individuati dai Rapporti Letta e Draghi: l’incapacità di canalizzare i risparmi europei verso le imprese del Vecchio continente.
L’investimento è la chiave di volta di una politica industriale che potrebbe tirare l’Europa fuori dalle sabbie mobili. È necessario rimettere mano alla governance macroeconomica dell’Unione europea per creare margini di intervento per la politica industriale e di bilancio. La soluzione ottimale è la creazione di una capacità di bilancio centrale capace di fornire i beni pubblici europei necessari per rilanciare la crescita e la produttività. Tuttavia, questa proposta è politicamente debole e occorre ragionare sull’introduzione di una nuova regola che consenta agli Stati membri di effettuare investimenti e attuare politiche industriali di lungo periodo. Una “regola d’oro” che escluda gli investimenti (tangibili e intangibili) dal limite del 3% di disavanzo stabilito dal Patto di stabilità potrebbe essere una soluzione. Questa regola consentirebbe al Consiglio e al Parlamento di concordare periodicamente le priorità politiche per aumentare lo stock di capitale (materiale e immateriale) e permetterebbe ai Paesi di aumentare il debito per finanziare queste priorità.
Para comprender las razones de la estancación de la productividad, es necesario mirar también a los factores que limitan el inversión privada. El talón de Aquiles de Europa es un persistente déficit de crecimiento de la productividad del trabajo. Aunque algunos Estados europeos tienen todavía un producto por hora trabajada más elevado que los Estados Unidos, desde hace casi treinta años este crece menos. El rallentamiento no afecta solo al sector manufacturero, sino que se extiende también a los servicios. La crecimiento más débil de la productividad global de los factores, un indicador que captura la eficiencia con la que los factores de la producción son combinados y que refleja el progreso técnico e innovación, se explica por el hecho de que las empresas europeas invierten significativamente menos que sus competidores americanos no solo en maquinaria tradicional, sino también en tecnologías de la información y la comunicación y en activos inmateriales como el software, las bases de datos y la investigación y desarrollo. La inversión europea en investigación y desarrollo es inferior no solo a la americana, sino también a la china, en rápida ascenso, especialmente en tecnologías punta.
La clave para salir de esta impasse
Un análisis de los brevets en tecnologías estratégicas del futuro, como la inteligencia artificial, la informática cuántica y la ciberseguridad, muestra que Europa parece confinada en una zona de confort hecha de especialización en tecnologías más maduras, mientras que Estados Unidos y China se dividen la liderazgo en áreas más avanzadas y determinantes para el crecimiento y la soberanía futuras. Además, la UE avanza en orden disperso: falta una visión estratégica común y coordinada, y cada país persigue sus propias prioridades. En retraso en la innovación, las empresas europeas han apuntado todo a la competitividad de precio, una estrategia que se ha revelado un arma a doble filo. Mientras que las sociedades americanas, gracias a un mayor valor agregado, han podido aumentar su rentabilidad, en Europa las empresas han contenido los precios comprimiendo los márgenes, una elección que ha quitado recursos a los inversiones, desencadenando un círculo vicioso que limita la capacidad de innovar y crecer. Este círculo vicioso se alimenta de la política miope de moderación salarial perseguida por muchas empresas y gobiernos, que en el iluso intento de restaurar los márgenes de beneficio ha cortado las alas al consumo y así ha contribuido al escaso dinamismo de los beneficios. A este respecto, es importante destacar que Italia es el único país entre todos los miembros de la OCDE que ha visto el poder de compra de los trabajadores disminuir entre 1990 y hoy.
La solución para salir de esta impasse
La clave para salir de esta impasse es el reanudamiento de la inversión privada, que pasa por un mayor acceso a los mercados financieros, un reanudamiento de la demanda doméstica, un aumento de salarios y poder de compra, y un reanudamiento de la inversión pública, que hace de volante a la privada.
