
Durante la sua visita in Asia, il presidente statunitense Donald Trump ha presentato l’accordo di Kuala Lumpur come un passo significativo verso la pace, caratterizzato da un cessate il fuoco e nuovi impegni commerciali. La visita di Donald Trump in Asia ha visto il presidente americano portare a casa un accordo definito come un “passo monumentale” in un giorno “memorabile per il Sudest asiatico”. Questo accordo, firmato a Kuala Lumpur il 26 ottobre tra Thailandia e Cambogia, è stato presentato come un traguardo significativo, aggiungendo un’altra medaglia alle “otto guerre” concluse dall’amministrazione in otto mesi. Tuttavia, al di là delle frasi roboanti e dello spettacolo mediatico, la realtà sembra meno brillante di quanto apparisse.
L’Accordo di pace di Kuala Lumpur, concluso dopo il cessate il fuoco di luglio e una guerra tra i due regni asiatici durata cinque giorni, è stato definito dal ministro degli Esteri thailandese come “un percorso verso la pace”. Phnom Penh ha avuto toni più entusiasti, ma ciò si deve al fatto che la Cambogia ha sempre cercato di internazionalizzare la crisi di confine che da anni oppone i due Paesi. In realtà, sia Thailandia che Cambogia hanno guardato più al timore di dazi che alla prospettiva di un accordo di pace duraturo. Alla fine, le tariffe si sono stabilite intorno al 19% per alcune esportazioni reciproche.
L’accordo ha avuto un costo elevato e non è stato facile da digerire. Secondo il governo degli Stati Uniti, per mantenere al 19% le tariffe reciproche su alcune merci, Bangkok ha accettato di rimuovere le barriere su prodotti medici, digitali e cinematografici statunitensi, nonché su prodotti alimentari e agricoli come mais foraggero, farina di soia e cereali secchi per un valore di 2,6 miliardi di dollari l’anno. Inoltre, Bangkok ha accettato di acquistare 80 aerei americani per un costo di 18,8 miliardi di dollari e di importare prodotti energetici come gas naturale liquefatto, petrolio greggio ed etano, per un valore stimato a 5,4 miliardi di dollari.
La Cambogia non è stata risparmiata: oltre alle tariffe reciproche al 19% su alcuni beni e a zero su altri, Phnom Penh ha accettato l’abbattimento delle barriere per prodotti industriali, agricoli e digitali statunitensi. Bangkok e Phnom Penh, insieme alla Malaysia, si sono impegnate in un accordo sulle terre rare che mira a salvaguardare Washington dalla preminenza cinese nel settore. I vantaggi per i due regni sembrano limitati a evitare le barriere tariffarie che Trump avrebbe potuto imporre al loro export.
Resta un fragile cessate il fuoco, che potrebbe reggere proprio grazie al timore di una revisione dell’accordo, al momento non pienamente vincolante, sulle tariffe. I tailandesi sembrano i meno soddisfatti per come sono andate le cose, data la crisi economica e politica in cui versa il Paese. L’esercito regio ha già reso noto un progetto di recinzioni elettroniche e barriere alla frontiera con la Cambogia. Poco soddisfatti, anzi contrariati, sono soprattutto i cinesi, pur essendo stati parte della mediazione per far finire il conflitto tra i due regni. La Malaysia, invece, è soddisfatta di come è andato il 47mo vertice dell’Asean, l’associazione regionale di cui ha la presidenza e che ha visto entrare come undicesimo membro Timor Est. Anche cambogiani e birmani appaiono soddisfatti.
Questi ultimi hanno approfittato del clamore trumpiano per distogliere l’attenzione dalle elezioni farsa che hanno in agenda per dicembre e che dovrebbero dare un po’ di smalto alla giunta golpista. Quanto ai cambogiani, non si è fatto troppo clamore su un punto dell’accordo negoziato a Kuala Lumpur che li riguarda da vicino e che è una nota molto sensibile: le attività criminali, in Cambogia come in Myanmar, sono fiorite negli ultimi cinque anni lungo i confini tailandesi. Si tratta delle cosiddette città della truffa (Scam Cities), veri e propri hub criminali dove, in edifici-prigione gestiti dalle Triadi cinesi e dalle mafie locali, un esercito di cyber schiavi accalappiano in Rete vittime che coinvolgono in investimenti-truffa in cripto valute. Questo dossier, che coinvolge anche Laos e Filippine, è stimato a circa 50 miliardi di dollari l’anno di profitto criminale e si lega perfettamente a un ecosistema nel quale corruzione, regimi autocratici e il caos della guerra favoriscono impunità nelle attività illecite criminali.
In Thailandia, il fenomeno delle Scam City è un problema per la vicinanza territoriale con Cambogia e Myanmar, dove si trovano la maggior parte dei siti. Un recente capitolo nell’evoluzione di questa nuova attività criminale ha riportato l’attenzione sul confine thai-birmano con implicazioni arrivate anche al vertice di Kuala Lumpur. Alcuni giorni fa, i militari della giunta birmana hanno effettuato un raid nel sito di KK Park, una nota Scam city birmana sul confine con la Thailandia, che si serviva dei servizi Internet di Starlink gestiti da SpaceX. La giunta ha accusato i ribelli della Karen National Union (Knu) di gestire il sito, ma in realtà il raid è stato una messa in scena per far contenti i cinesi, che stanno facendo pressioni su Naypyidaw perché proceda alla chiusura degli Scam Center o ne arresti i gestori. Un effetto reale però c’è stato: la chiusura da parte di SpaceX di tutti i terminali Starlink utilizzati nei complessi fraudolenti in Myanmar.
