
Le pressioni di Trump impongono alla presidenza messicana la ricerca costante di equilibrio. Dazi, revisione dello USMCA, narcotraffico e migranti: tutte le questioni sul tavolo. È già iniziata in Messico la lotta contro il tempo per salvare il trattato USMCA (United States-Mexico-Canada Agreement), o TMEC in spagnolo, cercando di trovare un difficile equilibrio tra le pressanti richieste di Donald Trump e gli interessi nazionali. Dall’inizio dell’anno, la presidente messicana ha dialogato una dozzina di volte con l’inquilino della Casa Bianca e ci sono state anche decine di contatti a livello di funzionari governativi per limare le differenze e trovare un terreno d’intesa comune, tenendo presente la forte interdipendenza tra le due economie.
Sul campo delle trattative non ci sono solo questioni economiche e commerciali, ma anche nodi cruciali della sicurezza alla frontiera, della difesa e degli equilibri del Nord America rispetto al resto del Pianeta. Si parte da quello che esiste già per superare poi la questione dei dazi aggiuntivi imposti da Trump, un surplus del 25% per tutti i prodotti esclusi dal trattato e per l’industria automobilistica e la stangata del 50% su acciaio, alluminio e prodotti di rame. Se Trump è al centro della partita, la posizione del Messico è diversa da quella del Canada, anche e soprattutto per le questioni legate a droga e migranti.
Salvare l’accordo commerciale nordamericano, che per sua stessa costituzione prevede una revisione generale da compiere entro luglio 2026, a sei anni esatti dalla sua entrata in vigore, è essenziale per il Messico. Più dell’80% delle sue esportazioni va proprio verso gli Stati Uniti. Sia la presidente messicana che i grandi imprenditori messicani sanno che devono cedere più che pretendere rispetto a Trump. Tuttavia, l’intendimento generale è che il gioco vale decisamente la candela e poco importa se questo vuol dire irrigidirsi rispetto agli scambi commerciali con altre nazioni, Cina in primis.
In questo senso va interpretata la volontà da parte del governo messicano di aumentare dal 2026 i dazi sulle importazioni di quasi 1.500 prodotti asiatici, comprendendo lo strategico comparto automobilistico. La legge speciale sulle imposte all’importazione presentata a metà settembre al Congresso prevede l’aumento fino alla soglia del 50% per 1.463 prodotti importati dalla Cina e da altre nazioni asiatiche nei settori delle auto e delle calzature, oltre a tessile, mobili, giocattoli e abbigliamento. La misura è stata giustificata dalla necessità di proteggere l’industria messicana, ma è chiaro che si vuole rispondere alla domanda statunitense di maggior controllo sul pericolo di triangolazione di questi prodotti verso il Paese vicino.
Il Messico è pronto così a diventare una sorta di avamposto della fortezza nordamericana, capace di respingere migranti latinoamericani non desiderati dagli USA, di agire con più forza rispetto alla produzione di droghe sintetiche, ma anche di schierarsi a fianco del suo più importante partner economico nella guerra commerciale globale contro la Cina. Il peso dei dazi trumpiani, del resto, si sta facendo sentire sull’economia messicana, nonostante l’export continui a essere molto alto. Nell’ultimo trimestre ci sono stati una flessione dello 0,3% del PIL su base annua e un forte ridimensionamento della produzione locale di automobili con la chiusura di una mezza dozzina di fabbriche. Le esportazioni messicane complessive nel mese di settembre hanno totalizzato 56,5 miliardi di dollari, con un aumento del 13,8% rispetto allo stesso mese del 2024, e nei primi nove mesi dell’anno sono ammontate a 484,6 miliardi di dollari, il 2% in più rispetto allo stesso periodo del 2024.
Pur con i nuovi dazi, il Messico esporta l’84% dei suoi prodotti verso gli Stati Uniti, una dipendenza talmente alta che giustifica qualsiasi rinuncia a mercati terzi o concessioni. Il TMEC, per il Messico, è uno spazio obbligato che non si può perdere. Ma questo vale anche per gli USA e, in misura minore, per il Canada, come dimostra un recente studio della CEPAL, la Commissione economica per l’America Latina. Esiste un tessuto produttivo profondamente integrato in tutto il Nord America che non può essere smantellato in uno o due anni. Per questo è lecito pensare che alla fine prevarrà un’attitudine pragmatica da parte dei tre governi. Trump, la presidente messicana e il primo ministro canadese sono obbligati a trovare delle soluzioni comuni.
La rinegoziazione del trattato non è facile, soprattutto a causa delle richieste di Trump, ma è un passo obbligato che va oltre gli interessi politici di ogni singolo leader. La Casa Bianca sa comunque di essere la pedina più grande del gioco e per questo detta le condizioni agli altri due partner per blindarsi rispetto a questioni considerate strategiche anche in termini di sicurezza nazionale. Per quanto riguarda il Messico, sta dando i primi frutti l’accordo di cooperazione su sicurezza e difesa, che prevede maggiore collaborazione sia a livello della polizia di frontiera che di strategia contro i grandi cartelli della droga. A settembre è stata inaugurata a Sonora la prima “Unidad fronteriza”, un posto di frontiera in territorio messicano con agenti formati con la US Border Patrol. In tre settimane gli agenti hanno intercettato più di 1.000 kg di metanfetamina e decine di kg di fentanyl, con l’ambasciatore statunitense in Messico arrivato sul posto per congratularsi con il personale.
Se lungo la frontiera le cose vanno bene, è meno facile trovare una pace assoluta su altre questioni. La presidente messicana ha espresso la sua irritazione rispetto al decreto-legge mandato dall’amministrazione Trump al Congresso per autorizzare interventi militari chirurgici in altri Paesi nell’ambito della lotta al narcotraffico internazionale. “Siamo pronti a collaborare e lo stiamo già facendo nella guerra ai narcotrafficanti, ma non ammetteremo mai interventi di altri Paesi nel nostro territorio nazionale”.
Stessa linea per i bombardamenti delle marine statunitensi sulle presunte imbarcazioni di narcotrafficanti nel Mar dei Caraibi o nell’Oceano Pacifico. A fine ottobre la marina statunitense ha attaccato una barca che navigava in acque internazionali a 400 miglia nautiche dalla città di Acapulco. Quattordici presunti narcotrafficanti sono morti, ma uno è riuscito a tuffarsi prima del raid dopo aver passato ore in mare ed è stato tratto in salvo proprio dalle motovedette messicane. La presidente messicana ha spiegato che si è trattato di un’operazione umanitaria conforme alle leggi del mare, mostrando tutto il suo disappunto per l’azione della marina americana.
Scontentezza e dissapori che si sono visti anche a seguito della decisione unilaterale di Washington di cancellare 12 rotte commerciali verso gli Stati Uniti in partenza dal nuovo aeroporto Felipe Angeles, alternativo a quello molto più vetusto di Città del Messico. Una misura presa per danneggiare le compagnie messicane Volaris, Aeromexico e Viva Aerobus, concorrenti delle compagnie statunitensi nelle rotte tra i due Paesi. “Il Messico non è lo zimbello di nessuno, esigiamo rispetto per le nostre imprese!”.
La presidente messicana è obbligata a continuare nei prossimi mesi a mantenere questo doppio registro. Da una parte, deve mostrarsi aperta al dialogo con gli USA per evitare nuovi e pesanti dazi dal Paese vicino e per salvare il trattato nordamericano; dall’altra, deve comunque mostrare a livello interno di non essere un’ossequiente servitrice di Trump. Un equilibrio complesso nell’epoca del protezionismo ingerente dell’attuale amministrazione americana.
